Quante volte negli ultimi tempi ti è capitato di fare la spesa e accorgerti a parità di prezzo di avere la borsa della spesa più leggera?
Non si tratta di un’impressione, ma è la realtà ed è dovuto ad un fenomeno commerciale adottato da quasi tutte le grandi aziende: la shrinkflation. Le difficoltà di pronuncia del termine contribuisce a far percepire come lontano un fenomeno che, invece, ormai da mesi fa parte della nostra quotidianità ed è entrato prepotentemente nelle nostre case e nelle nostre dispense senza che ce ne accorgessimo.
Per shrinkflation si intende quella pratica commerciale in virtù della quale vengono diminuite le quantità di prodotto presenti all’interno delle confezioni senza che queste vengano rimpicciolite o che il prezzo finale diminuisca.
La diminuzione delle quantità non viene indicata al consumatore se non attraverso l’indicazione del peso sulla confezione. Il risultato è che la confezione di biscotti che prima era di un chilo, oggi pesa 750 grammi, ma noi la paghiamo quanto la pagavamo quando conteneva quantità maggiori di prodotto, spesso senza neanche accorgercene.
La prima domanda che ci viene in mente è: ma è legale? La risposta è sì, lo prevede la normativa europea sulla trasparenza del mercato unico.
Direttiva a cui l’Italia ha provato ad opporsi con la direttiva nazionale contenuta del Dl Concorrenza del 2024, in cui si imponeva almeno alle aziende produttrici di inserire sulle confezioni, in modo che fosse ben visibile, l’indicazione della diminuzione delle quantità. La normativa italiana è stata “bocciata” dall’Ue e quindi il governo ha dovuto riscriverla, tenendo conto delle indicazioni di Bruxelles.
La nuova legge è stata inviata in Europa e non avendo ricevuto ulteriori stop da oggi – mercoledì 15 luglio 2026 – è entrata ufficialmente in vigore.
Il testo approvato dall’Ue, tuttavia, è stato profondamente modificato dal legislatore italiano e la stretta contro le confezioni ridotte convince solo a metà.
Il perché è presto detto, dalla norma del Mimit è scomparso l’obbligo di inserire sull’etichetta (per almeno sei mesi) l’avvertimento per il consumatore relativo alla sgrammatura – questo il termine tecnico – dei prodotti a parità di prezzo.
Da oggi i produttori e i distributori saranno obbligati esclusivamente a comunicare le informazioni sulle riduzioni dei volumi ai supermercati e alla grande distribuzione.
I supermercati, i negozi di vicinato e i siti di e-commerce dovranno informare i consumatori tramite cartelli o avvisi ben visibili accanto al prodotto oggetto della riduzione. Il decreto del Ministero delle imprese prevede l’obbligo di esposizione delle indicazioni per tre mesi. In nessun caso, comunque, l’informazione sulla sgrammatura potrà comparire sulla confezione e sull’etichetta.
Questa limitazione è di fatto il motivo delle perplessità da parte delle associazioni dei consumatori, per le quali le misure adottate non sono sufficienti a tutelare il consumatore finale.
Il nostro cervello – ed è la psicologia comportamentale a dimostrarlo – guarda il prezzo, non i grammi. I formati poi cambiano un po' alla volta e il packaging resta quasi identico, rendendo ancora più difficile riconoscere la shrinkflation.
Ma perché Bruxelles ha costretto l'Italia a cambiare la legge sulle confezioni più piccole?
A questo punto, può sembrare strano il fatto che l’Europa, nel mezzo di due guerre e di una delle crisi energetiche ed economiche più gravi degli ultimi decenni – trovi il tempo di occuparsi delle etichette degli alimenti.
La risposta è articolata e introduce l’argomento più ampio sul perché gli Stati non possono decidere da soli come informare i consumatori.
La risposta breve è perché la normativa italiana entrava in conflitto con le regole sulla trasparenza del mercato unico che tutti i 27 Stati membri sono tenuti a rispettare.
La logica è che se ogni paese imponesse 27 etichette diverse con avvertenze diverse i produttori dovrebbero realizzare 27 confezioni differenti con ripercussioni sul costo finale del prodotto.
Gli Stati possono opporsi – come ha fatto l’Italia con la prima versione del decreto del Mimit – ma devono dimostrare che la misura è proporzionata, non crea ostacoli inutili agli scambi e non tutela l’interesse pubblico.
Evidentemente la legge italiana non rispettava questi principi di equilibrio e l’Ue ci ha chiesto di cambiarla.
Secondo i dati diffusi dal Codacons, i prodotti più a rischio di shrinkflation sono i beni di largo consumo, come alimenti confezionati (cereali, yogurt, gelati, snack dolci e salati, formaggi spalmabili) e prodotti per l’igiene personale e della casa come saponi, shampoo e detersivi liquidi e carta igienica.
Tutti prodotti presenti nel carrello della spesa di ogni famiglia italiana che dovrà rassegnarsi ad aguzzare la vista quando entra in un supermercato.
Aguzzare la vista significa imparare a confrontare i prezzi al chilo/litro, guardare il peso netto e non la confezione, che molto spesso resta identica. Fare un controllo in più in caso di formati “nuovi” e confrontare i prezzi con i formati precedenti.
Sebbene il sistema sembri congegnato per rendere più difficile accorgersi delle modifiche delle confezioni, esistono anche delle app che tengono traccia dei prezzi e possono aiutarci a scegliere in maniera più consapevole cosa mettere nel nostro carrello, sia fisico sia virtuale.