14 Jul, 2026 - 14:03

Il prossimo ct dell'Italia? Se davvero cerchiamo il migliore, probabilmente non sarà italiano

Il prossimo ct dell'Italia? Se davvero cerchiamo il migliore, probabilmente non sarà italiano

Ogni volta che la Nazionale italiana cambia commissario tecnico, il dibattito si ripete identico. Si parla di esperienza, di carisma, di conoscenza dell'ambiente, di capacità di gestire uno spogliatoio composto da giocatori che si vedono poche volte all'anno. Ma c'è una domanda che continua a rimanere sullo sfondo: il ct dell'Italia deve essere necessariamente italiano?

È una convinzione che sembra quasi scolpita nella tradizione del nostro calcio. Eppure, se si osservano i nomi che vengono accostati alla panchina azzurra, emerge una contraddizione evidente. Il profilo che metterebbe tutti d'accordo, almeno sul piano tecnico, è Pep Guardiola. Un sogno praticamente impossibile, certo, ma proprio questo dettaglio racconta molto. Quando si immagina il miglior allenatore possibile, il primo nome che viene in mente non è italiano.

Ed è qui che nasce il vero tema. Forse siamo arrivati al momento di separare il concetto di rappresentanza da quello di competenza.

Il calcio è cambiato, ma il dibattito sul ct è rimasto fermo

Negli ultimi vent'anni il calcio ha abbattuto quasi ogni confine. I grandi club scelgono gli allenatori senza guardare il passaporto. Carlo Ancelotti ha allenato in Italia, Inghilterra, Francia, Germania e Spagna. José Mourinho ha vinto praticamente ovunque. Pep Guardiola ha cambiato il modo di interpretare il calcio in tre Paesi diversi. Jürgen Klopp è diventato un'icona del Liverpool pur essendo tedesco.

Nessuno si stupisce più se una squadra italiana viene affidata a un tecnico straniero o se un allenatore italiano costruisce la propria carriera all'estero. Conta la qualità del progetto, non il luogo di nascita.

Quando però si arriva alla Nazionale, il ragionamento cambia completamente. Improvvisamente il passaporto torna a essere una caratteristica quasi imprescindibile, come se allenare una selezione richiedesse competenze diverse rispetto a quelle necessarie per guidare un club.

Ma è davvero così?

Cosa fa oggi un commissario tecnico

Il ruolo del ct è profondamente diverso rispetto a quello di un allenatore di club.

Non lavora quotidianamente sul campo. Non costruisce meccanismi attraverso settimane di allenamenti. Ha pochi raduni, poco tempo e la necessità di prendere decisioni immediate. Il suo valore emerge soprattutto nella capacità di selezionare i giocatori, creare un'identità tattica riconoscibile, gestire il gruppo e leggere le partite nei momenti decisivi.

Sono qualità universali.

Conoscere la Serie A rappresenta certamente un vantaggio, così come avere familiarità con il carattere dei giocatori italiani e con la pressione mediatica che accompagna la Nazionale. Ma oggi ogni grande allenatore dispone di uno staff enorme, di analisti, osservatori e strumenti tecnologici che permettono di conoscere qualsiasi campionato nei minimi dettagli.

L'idea secondo cui soltanto un italiano possa comprendere davvero il calcio italiano appare sempre meno convincente.

Gli esempi internazionali dimostrano che il tabù è già stato superato

Molte delle principali federazioni hanno smesso da tempo di considerare la nazionalità un criterio decisivo.

L'Inghilterra ha affidato la propria Nazionale a Thomas Tuchel. Il Belgio, negli ultimi anni, ha scelto prima Roberto Martínez e poi Rudi Garcia. Gli Stati Uniti hanno puntato su Mauricio Pochettino. Anche nazionali con una fortissima identità calcistica hanno deciso di privilegiare la competenza rispetto al passaporto.

Il risultato è che oggi nessuno considera più scandalosa la presenza di un tecnico straniero sulla panchina di una grande selezione.

L'Italia, invece, continua a vivere questa eventualità come una sorta di eccezione culturale.

Gli allenatori italiani ci sono, ma sono davvero il meglio che offre il mercato?

Sia chiaro: il problema non è la qualità degli allenatori italiani. Antonio Conte resta uno dei tecnici più incisivi del panorama europeo, uno capace di incidere immediatamente sulla mentalità e sui risultati delle squadre che allena. Roberto Mancini, al netto del burrascoso addio, ha riportato l'Italia a vincere un Europeo e conosce perfettamente il mondo azzurro.

Il punto è che, per motivi diversi, nessuno dei due rappresenta oggi una soluzione semplice. Conte è legato al calcio quotidiano e ha sempre dimostrato di preferire il lavoro nei club, mentre il ritorno di Mancini divide l'opinione pubblica e lascia inevitabilmente qualche interrogativo sul rapporto con la Federazione.

Ed è qui che la riflessione diventa ancora più interessante. Perché, tolti Conte e Mancini, i nomi che circolano con maggiore insistenza sono quelli di Stefano Pioli e Andrea Pirlo.

Con tutto il rispetto, è difficile sostenere che rappresentino oggi il meglio che offre il mercato internazionale.

Pioli è un allenatore preparato, ha conquistato uno scudetto importante con il Milan e ha dimostrato di saper gestire gruppi complessi. Ma non è considerato uno dei tecnici più innovativi o più influenti del calcio europeo. Pirlo, invece, sarebbe soprattutto una scommessa: da allenatore ha ancora un curriculum limitato e affidargli una Nazionale chiamata a tornare protagonista significherebbe puntare più sul potenziale che sulle certezze.

Ed è proprio questo il nodo. Se, esclusi Conte e Mancini, il meglio che il calcio italiano riesce a mettere sul tavolo sono Pioli e Pirlo, allora forse il problema non è scegliere uno straniero, ma continuare a escluderlo per principio.

Negli anni Novanta e nei primi Duemila l'Italia era una fabbrica di allenatori che dettavano legge nel mondo. Oggi Carlo Ancelotti resta un fuoriclasse assoluto, ma appartiene a una generazione diversa e alle sue spalle il ricambio non ha prodotto figure con lo stesso peso internazionale.

Se il mercato degli allenatori è diventato globale, ha ancora senso restringere la scelta al solo passaporto italiano? La domanda è inevitabile, soprattutto perché il nome che metterebbe tutti d'accordo, almeno sul piano tecnico, continua a essere quello di Pep Guardiola. Un sogno probabilmente irrealizzabile, certo, ma significativo: quando si pensa al miglior allenatore possibile, il primo nome che viene in mente non è italiano.

La Nazionale rappresenta un Paese, ma deve soprattutto vincere

Chi sostiene la necessità di avere un ct italiano porta un argomento comprensibile. La Nazionale non è un club. Rappresenta un popolo, una storia, una cultura calcistica. L'allenatore diventa inevitabilmente un simbolo.

È vero.

Ma il simbolismo può bastare dopo due Mondiali consecutivi mancati? Può essere il criterio principale in una fase storica in cui il movimento ha bisogno soprattutto di ritrovare credibilità, risultati e identità?

La maglia azzurra continuerà a rappresentare l'Italia indipendentemente dalla nazionalità di chi siede in panchina. Esattamente come un direttore d'orchestra può interpretare Verdi senza essere italiano o come un allenatore straniero può diventare il simbolo di un grande club.

Le competenze non hanno passaporto.

La domanda che la FIGC dovrebbe porsi

La scelta del prossimo commissario tecnico sarà inevitabilmente influenzata da disponibilità, contratti e sostenibilità economica. Non sempre il migliore è raggiungibile, e questo vale anche per Guardiola.

Ma la riflessione resta.

Se domani il miglior allenatore disponibile fosse straniero, la FIGC avrebbe il coraggio di sceglierlo?

Oppure continuerebbe a considerare la nazionalità un requisito imprescindibile, anche a costo di rinunciare al profilo tecnicamente più forte?

È una domanda che riguarda il futuro del calcio italiano molto più del nome che verrà annunciato nelle prossime settimane.

Perché il tema non è se il prossimo ct debba essere italiano. Il tema è capire se l'Italia vuole davvero scegliere il migliore, oppure il migliore tra gli italiani. E sono due concetti profondamente diversi.

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