Una ragazzina di 13 anni è morta l'8 luglio scorso dopo essere precipitata dal decimo piano dell'abitazione in cui viveva, nel quartiere Scampia, alla periferia nord di Napoli. Secondo una prima ricostruzione degli investigatori, si sarebbe trattato di un gesto volontario. Tra gli elementi al vaglio, una discussione avvenuta il giorno precedente tra lei e la madre, al termine della quale la donna le avrebbe vietato temporaneamente l'utilizzo del cellulare.
La tragedia è avvenuta nella tarda mattinata dell'8 luglio in un edificio del complesso di edilizia popolare conosciuto come "i Sette Palazzi", nella zona di via Antonio Labriola. La 13enne si trovava nella propria abitazione insieme alla madre, che in quel momento era in un'altra stanza.
Dopo l'allarme, lanciato da alcuni vicini, sono intervenuti sul posto i sanitari del 118, gli agenti del commissariato di Scampia e il personale dell'Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico della Questura di Napoli. Per la minore, però, non c'è stato nulla da fare.
La polizia ha effettuato i primi rilievi nell'abitazione e nell'area sottostante, raccogliendo le testimonianze di familiari e conoscenti. Dagli elementi acquisiti sarebbe stata esclusa l'ipotesi di una caduta accidentale. La salma della ragazzina è stata comunque sequestrata su disposizione della Procura.
Gli accertamenti medico-legali serviranno a chiarire la dinamica dell'accaduto e a completare il quadro a disposizione degli inquirenti. Sgomenta la comunità locale. Nicola Nardella, presidente dell'ottava Municipalità, ha parlato di "dolore enorme". La consigliera municipale Patrizia Mincione ha invitato invece
Tra gli elementi al vaglio degli investigatori, quello di una discussione avvenuta il giorno precedente tra madre e figlia. Un contrasto che avrebbe riguardato, secondo quanto ricostruisce Il Messaggero, l'utilizzo del cellulare da parte della ragazzina, conclusosi con la decisione della donna di sottrarle temporaneamente il dispositivo.
Le indagini sono ancora in corso. Sulle motivazioni del gesto, dunque, non vi sono certezze. Ma è un dato che il rapporto tra adolescenti, smartphone e piattaforme digitali si sia fatto nel tempo più complesso, attirando l'attenzione di medici, psicologi e istituzioni. Secondo i dati dell'Oms, la percentuale di ragazzi con segnali di uso problematico dei social è passata dal 7 all'11% tra 2018 e 2022. Quota che in Italia si attesta al 13,5%.
Per "uso problematico" non si intende una semplice frequentazione delle piattaforme, ma la difficoltà a controllarne l'utilizzo, la rinuncia ad altre attività e la comparsa di conseguenze negative nella vita quotidiana. Effetti che anche l'Europa è impegnata a ridurre. Il 13 luglio, cinque giorni dopo la morte della 13enne, il tema è tornato al centro del dibattito.
Il gruppo indipendente di esperti nominato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato un rapporto sulla sicurezza dei minori online. Tra le raccomandazioni c'è l'introduzione, in tutta l'Unione europea, di limiti all'accesso ai social network e ad altri servizi digitali per i minori di 13 anni, escludendo, ad esempio, la possibilità di utilizzarli autonomamente attraverso un account personale.
Dopo i 13 anni, ai ragazzi dovrebbe essere riconosciuta, secondo gli esperti, una maggiore autonomia. Le piattaforme, tuttavia, dovrebbero continuare a garantire ambienti adeguati all'età ed essere progettate per ridurre i rischi. Nel mirino dell'Ue funzionalità come lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica, gli algoritmi di raccomandazione e le notifiche persistenti, considerate in grado di "creare dipendenza". Al momento non esistono divieti in vigore. Ma la Commissione ha annunciato che presenterà una proposta già dopo l'estate.
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