A una settimana dai primi arresti per l'attentato contro Sigfrido Ranucci, l'inchiesta continua a essere accompagnata da veleni a distanza e processi mediatici che poco aiutano a chiarire i fatti. Di certo, finora, c'è il clima di discredito che ha investito il conduttore e la redazione del programma, sospeso dal palinsesto estivo Rai.
Mentre Fratelli d'Italia chiede «chiarezza» sui rapporti tra Ranucci e Valter Lavitola, diversi esponenti della maggioranza difendono la scelta di viale Mazzini e Giorgia Meloni inaugura a Palermo la nuova stele del Museo della Realtà: i resti della Fiat Croma dove viaggiavano Francesca Morvillo e Giovanni Falcone il giorno della strage di Capaci. Accostamenti (sur)reali che richiamano le parole amare dello stesso giudice siciliano sul «Paese felice, dove», dichiarava in tv con attualità tremenda, «se ti si pone una bomba sotto casa e non esplode, la colpa è tua che non l'hai fatta esplodere».
Pomezia, litorale romano. Il 16 ottobre 2025 un ordigno «rudimentale» composto da gel esplosivo da cava viene fatto saltare davanti all’abitazione del giornalista e vicedirettore di Rai 3. La deflagrazione distrugge le vetture parcheggiate sul posto e non provoca vittime né feriti. A rischiare di più è la figlia del giornalista, rincasata poco prima della detonazione.
Dal mattino seguente, ai messaggi sinceri del pubblico, tutti i mezzi di informazione del Paese e la politica formalizzano il consueto circuito solidale nei confronti del cronista romano, sotto scorta da anni per le sue inchieste.
All’inizio gli investigatori si concentrano sugli ambienti della criminalità organizzata. La lista è lunga tra capi mafia e affiliati, ma si pensa anche a élite criminali e di potere, a possibili interessi comuni lesi dai servizi della redazione guidata da Ranucci. La cosiddetta “Pista albanese” sfuma presto: dietro la bomba non c’è una ritorsione per gli approfondimenti sui narcotrafficanti albanesi che operano tra Nord Italia e Balcani.
I primi provvedimenti arrivano su impulso di una mail anonima che cambia lo scenario. Oggetto: “Regalo di Pasqua”, ricezione 6 aprile scorso dalla casella del pm Paolo Villani, il magistrato della Procura di Roma che ha avviato il procedimento. Nel messaggio, condiviso con un account creato pochi minuti prima, il mittente scrive di voler «dare una mano». Dentro c’è il nome di Antonio Passariello, indicato nel testo come principale esecutore materiale dell’azione di Pomezia; e quello di “Luca”, che gli inquirenti fanno risalire a Luca Amato.
Il primo viene arrestato, il secondo rimane indagato a piede libero. Nel testo, il mittente spiega come Passariello avesse accettato l'incarico «per conto del clan Moccia» - la cui affiliazione è stata poi smentita dagli stessi magistrati - senza informare i suoi referenti abituali.
La segnalazione anonima non è stata considerata una prova, ma di fatto ha orientato le indagini, fornendo elementi corrispondenti alle intercettazioni ricavate dagli inquirenti negli ambienti criminali frequentati da Passariello, rimproverato per aver provocato fastidi «per ciò che aveva fatto a Roma». In un'altra chat raccolta dai pm, un interlocutore contesta all’uomo originario di Cicciano, nel napoletano, di aver agito «di nascosto».
I nomi dei suoi presunti complici, invece, non compaiono nella mail, ma nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Gip del Tribunale di Roma Iole Moricca. Pellegrino D’Avino, Marika De Filippis e Saverio Mutone avrebbero partecipato con ruoli diversi all’azione e alla preparazione dell’attentato.
Secondo l’accusa, il gruppo deve rispondere a vario titolo di detenzione e impiego di esplosivi, minaccia e danneggiamento aggravati dal metodo mafioso. Tutti respingono le accuse contestate dai magistrati e si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
Valter Lavitola e il suo fiduciario, il cittadino camerunese Clesio Tavares Gomes, attualmente in nel Paese africano, secondo quanto riferito dagli investigatori, sono indagati dalla Procura di Roma per il reato di strage in concorso, rispettivamente quali presunto mandante e intermediario dell'attentato.
Non essendo stati destinatari di misure cautelari, non è stata depositata un'ordinanza della Gip che ricostruisca nel dettaglio il quadro degli indizi a loro carico: le accuse nei loro confronti emergono solo dal decreto di perquisizione e dalle carte della Procura di Roma rese note finora tramite gli atti depositati e le fonti investigative.
Secondo la ricostruzione dei procuratori della Direzione distrettuale antimafia, Lavitola avrebbe commissionato l’azione senza entrare in contatto diretto con il gruppo di campani ora agli arresti, ma facendo intercedere il proprio «factotum», Gomes, con Passariello. Il motivo però resta ancora sconosciuto.
Per cercare evidenze sono stati sequestrati nell’abitazione e negli uffici di Lavitola tre telefoni cellulari, due pendrive, sette manoscritti, appunti cartacei e materiale informatico, tutto al vaglio dei consulenti informatici della Procura. Sarà uno dei punti più delicati del futuro confronto processuale.
L’ingresso nelle indagini di Lavitola ha complicato il quadro perché i magistrati non riescono a chiarire il movente dietro la sua presunta azione contro Ranucci.
Convocato in Procura lo scorso 8 luglio, l’imprenditore si è avvalso della facoltà di non rispondere, depositando però una dichiarazione spontanea respingendo ogni addebito. Lavitola sostiene di non avere alcun coinvolgimento nell’attentato e ha definito Ranucci «un fratello». La difesa dell’imprenditore contesta tutta la ricostruzione della Procura.
Lavitola è stato protagonista di alcune tra le più controverse vicende politico-giudiziarie degli ultimi decenni. In quota Psi, vicino a Silvio Berlusconi, col quale condivideva la fede craxiana e il credo massonico, è stato editore e ha alle spalle due condanne definitive: una a 1 anno e 4 mesi di reclusione per tentata estorsione proprio ai danni del Cavaliere, nell’ambito della vicenda Tarantini; e una definita con patteggiamento a 3 anni e 8 mesi, per la truffa aggravata sui contributi pubblici all'editoria, relativa alla gestione de L’Avanti, la storica testata fondata dal Psi.
Col quotidiano raggiunge notorietà attraverso esclusive scottanti come quella sui documenti relativi alla cosiddetta vicenda della “casa di Montecarlo”, che coinvolge Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, e porta al divorzio politico tra il capo dei missini, allora presidente della Camera, e il Biscione. Lavitola, uomo da «24 processi in 4 mesi», come si è definito in un’intervista del 2011, è stato coinvolto anche in altri procedimenti, tra cui il caso De Gregorio-Berlusconi sulla compravendita dei senatori, caso conclusosi in appello con la prescrizione del reato di corruzione.