Le cicatrici possono avere origini diverse, ma parlare la stessa lingua. È da questa intuizione che nasce Women for Women Against Violence, la mostra fotografica ospitata alla Fabbrica del Vapore di Milano fino al 30 agosto 2026, che con 21 ritratti racconta storie di violenza di genere e tumore al seno, mettendo al centro chi le ha vissute e ha saputo trasformare il dolore in un punto di partenza. Dietro c'è un progetto ideato undici anni fa dalla giornalista Donatella Gimigliano, presidente dell'Associazione Consorzio Umanitas.
"Tutto nasce da un mio vissuto con il tumore al seno e dal mio impegno contro la violenza sulle donne", racconta Donatella Gimigliano a Tag24. "Nasce dalle cicatrici, dalle ferite che ho visto sia nelle donne con il tumore al seno sia nelle donne vittime di violenza". Esperienze diverse, che il progetto non intende sovrapporre, ma affiancare, per far luce sui segni profondi che possono lasciare sul corpo, sull'identità, sull'autonomia e sulle relazioni.
"Il tumore al seno per la donna è una violenza fortissima, perché va a compromettere aspetti strategici della vita: la maternità, la sessualità, l'affettività, l'accettazione di sé", afferma Gimigliano. Conseguenze che vanno oltre la diagnosi e le terapie, così come la violenza di genere non si esaurisce nell'aggressione - nell'atto finale - continuando spesso a incidere sulla vita psicologica, economica e sociale di chi è sopravvissuto.

La mostra milanese rappresenta soltanto una tappa di un percorso costruito nel tempo attraverso incontri, testimonianze ed esperienze condivise. "Abbiamo selezionato le storie che abbiamo raccontato in questi undici anni", spiega la giornalista. I 21 scatti, realizzati dalla fotografa Tiziana Luxardo, ritraggono persone che hanno vissuto sulla propria pelle la violenza o la malattia accanto a personaggi del mondo dello spettacolo e dell'informazione impegnati nella sensibilizzazione su questi temi.
Veri e propri testimonial, che negli anni hanno ricevuto il Camomilla Award, riconoscimento istituito dall'Associazione Consorzio Umanitas. Il nome deriva dalle proprietà attribuite alla camomilla in fitoterapia. "Mi hanno raccontato che viene utilizzata per aiutare le piante fragili o malate a guarire", afferma Gimigliano. "È una pianta umile ma magica". Una metafora della cura e della vicinanza, ma anche della forza che può nascere dalla fragilità quando viene accolta.
Ogni coppia fotografica mette in dialogo l'esperienza personale di chi ha attraversato il trauma con la responsabilità pubblica di chi ha scelto di sostenerne la storia. Il focus non è soltanto ciò che è accaduto, ma ciò che viene dopo. "Vogliamo parlare dei vivi e non dei morti", sostiene Gimigliano.
"I morti vanno ricordati perché ci ricordano i problemi che non abbiamo superato - prosegue - Però i vivi ci possono insegnare a sopravvivere, a trovare la forza e le capacità di superare anche le esperienze più devastanti, a essere resilienti". E possono porre una serie di domande.
Fra tutte: sopravvivere significa tornare a vivere? "Non sempre è così", riflette la giornalista. Tra le criticità che accomunano le donne colpite dal tumore e quelle sopravvissute alla violenza c'è, per esempio, la cosiddetta "tossicità economica".
La malattia può costringere una libera professionista a interrompere il lavoro, a chiudere un'attività e ad affrontare cure non coperte dal Ssn. Allo stesso modo, chi sopravvive a un'aggressione può dover sostenere per anni il costo di trattamenti e interventi necessari a recuperare, per quanto possibile, la propria autonomia.
C'è poi la sfera relazionale. "Le donne vittime di violenza vengono colpite da coloro che dicevano di amarle, ma anche molte donne con il tumore al seno vengono abbandonate da chi non riesce ad accettarne il cambiamento", dichiara Gimigliano.
"Rosanna Banfi ci ha raccontato della vicinanza del marito, che durante la chemioterapia si rasò i capelli insieme a lei - dice - Patrizia Mirigliani, invece, ha condiviso per la prima volta con il progetto la storia del tradimento vissuto durante la malattia". Due esperienze opposte, nate da un dolore comune.
Tra le coppie ritratte, Fanny Cristina Campion e Valeria Solarino. Campion, avvocata con un tumore al seno metastatico, ha dovuto interrompere la propria attività professionale e chiudere lo studio, sperimentando sulla sua pelle le conseguenze economiche spesso assenti dal racconto pubblico della malattia. Solarino, al suo fianco, testimonia un impegno continuo contro la violenza di genere, portato avanti anche a teatro.
C'è poi Filomena Lamberti, sopravvissuta a un'aggressione con l'acido da parte dell'ex marito e con lesioni permanenti al volto, ritratta insieme ad Antonia Liskova. Non mancano le figure maschili. "Violenza e tumore non sono argomenti squisitamente femminili", chiarisce Gimigliano. "Se vogliamo cambiare mentalità, dobbiamo condividere questi problemi con gli uomini e fare insieme a loro un passo avanti".

In mostra, con due fotografie - una in coppia con Nicoletta Romanoff, una insieme ai nonni Ines e Giulio Pivetta - Nicolò Maja, sopravvissuto alla strage nella quale il padre uccise la madre e la sorella e ferì gravemente anche lui. "Nicolò è rinato perché ha avuto questi nonni che non lo hanno mollato un solo minuto, nonostante difficoltà gigantesche", spiega la giornalista.
"Sono anche loro gli artefici della rinascita di questo ragazzo". Accanto a ogni fotografia, un QR code permette ai visitatori di ascoltare la voce della persona ritratta. "Ho pensato che fosse bello creare un'intimità", spiega l'ideatrice. "Tu vedi un volto, un'immagine armonica, ma dietro ci sono storie che attraversano vissuti drammatici e li superano".

Un'altra immagine ritrae Valentina e Francesca Pitzalis, due sorelle unite in un abbraccio e segnate da esperienze differenti: la violenza nel caso di Valentina, il tumore al seno in quello di Francesca. Accanto al percorso principale, la sezione Trame di speranza, intrecci di vita raccoglie le creazioni in crochet di Antonietta Tuccillo, che da nove anni convive con un tumore ovarico cronico e ha trasformato il lavoro artigianale in uno strumento di resistenza personale.
Infine, lo spazio We Say Stop. 90 manifesti per contrastare la violenza contro le donne, un progetto del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, curato dalle professoresse Valeria Bucchetti e Francesca Casnati e realizzato dagli studenti. L'obiettivo? Mostrare come il design della comunicazione possa diventare uno strumento di prevenzione e cambiamento culturale.

"Il visitatore entra e incontra i due temi separatamente: il tumore attraverso i capi di Antonietta e la violenza attraverso i manifesti degli studenti", conclude Gimigliano. "Poi sale e i due temi si incontrano nelle fotografie". È qui che il percorso trova la sua sintesi: fotografia, design e artigianato si intrecciano per offrire alle cicatrici memoria e voce.
La mostra sarà visitabile fino al 30 agosto 2026 negli spazi della Fabbrica del Vapore di Milano. L'ingresso è gratuito.