Un noto brocardo latino recita: “Si vis pacem, para bellum”, che alla lettera può tradursi “Se vuoi la pace prepara la guerra”. Il significato di questa formula è comunemente inteso con un riferimento al carattere dissuasivo che potrebbe avere un adeguato apparato militare. Che le armi possano avere anche un importante effetto deterrente nei confronti di potenziali aggressori è un dato di fatto. In linea di principio nessuno stato attaccherebbe un altro stato se lo ritenesse più forte e più armato. Ma questi calcoli nel corso della storia spesso hanno lasciato il tempo che trovavano, se pensiamo ad esempio che le due guerre mondiali del secolo scorso furono iniziate dalla Germania Guglielmina e poi dal Reich nazista ed entrambe perse da chi le aveva promosse.
Sta di fatto che quello che è stato definito “l’equilibrio del terrore”, cioè la non belligeranza fra stati e coalizioni per il reciproco timore di essere distrutti grazie all’arsenale atomico dei rivali, ha mantenuto la pace o una “guerra fredda”, cioè non combattuta, fra blocco sovietico e Nato per più di quarant’anni.
Potrebbe essere questa la soluzione, quella che molti dalle nostre parti auspicano, cioè armarsi con armi migliori, più letali di quelle dei nostri potenziali nemici?
Recentemente è stato chiesto a Putin se la Federazione Russa avrebbe potuto avere la meglio in un eventuale conflitto con l’Euro-America, cioè con la Nato. La risposta è stata: “Se ci sarà un conflitto atomico non ci saranno vincitori”. Come va interpretata quest’affermazione? Alla lettera significa che il potenziale distruttivo dei due contendenti comporterebbe la reciproca distruzione, che renderebbe oziosa la ricerca del “vincitore”. Il messaggio latente di Putin era anche un altro: “Forse per capacità tecnologiche e tasso di letalità siamo inferiori all’Occidente, ma comunque saremmo in grado di ridurre in polvere Europa e USA”.
Secondo recenti stime del SIPRI (Stockholm International Peace Research) e della FAS (Federation of American Scientist ) l’inventario delle testate nucleari sul pianeta ammonta a 12.187 ordigni. La Russia ne ha 5.580 e gli USA 5.044. La Cina è al terzo posto, con 620, all’ultimo la Corea del Nord con 50, preceduta da Israele che ha 90 testate nucleari.
Secondo recenti dati ufficiali del U.S. Census, negli USA ci sono 342 città con una popolazione superiore ai 100.000 abitanti; 9 città hanno oltre un milione di abitanti. Se divenissero obiettivi in una guerra nucleare, considerando anche le loro aree metropolitane (Metro Areas), la loro distruzione comporterebbe la perdita dell’ 80% della popolazione americana. Utilizzando per giunta solo una minima parte degli ordigni nucleari di stati come La Russia e la Cina, potenzialmente in rotta di collisione con gli USA.
Seppure ci sia un arsenale atomico, senza considerare altre armi come i sistemi missilistici e i droni, sufficienti a distruggere non una ma dieci volte il pianeta e i suoi abitanti, assistiamo non ad un ridimensionamento degli arsenali militari, ma ad un riarmo strutturale e prolungato.
Secondo il SIPRI e l’IISS (International Institute for Strategic Studies di Londra) la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.887 miliardi di dollari. L’Europa attraverso il piano ReArm Europe (Readiness 2030) ha in programma, secondo un progetto presentato alla Commissione Europea nel marzo dello scorso anno, di mobilitare fino a 800 miliardi di euro, entro il 2030, per la ricerca e la produzione bellica.
Hanno contribuito a quest’accelerazione militaristica le recenti crisi fra Federazione russa ed Ucraina e le varie guerre nel contesto medio-orientale che hanno visto coinvolti USA, Israele, Palestinesi, Iran, Libano, ecc. Il mondo Occidentale ha reagito con una sorta di riflesso condizionato, secondo la logica: “più siamo insicuri della tenuta della pace e della stabilità più ci dobbiamo armare, con armi più avanzate, tecnologiche e letali”.
Se tutti i popoli si riconoscessero nella formula “Se vuoi la pace prepara la guerra”, il risultato sarebbe solo uno: tutti si armerebbero fino ai denti. Ma se chi vuole preservare la pace deve armarsi di tutto punto, cosa fare nel caso si voglia promuovere la guerra? Ovviamente armarsi!
Per i bellicisti e i “pacifisti” del “para bellum” parrebbe esserci sempre un’unica opzione: armarsi! Per un altro verso sembrerebbe che nessuno stato al mondo si armi per fare la guerra. Dal 1947 non esistono più nazioni che hanno un Ministero della Guerra: dappertutto ci sia arma di tutto punto, ma si sostiene non per fare la guerra. Esistono solo Ministeri della difesa: in Usa, in Europa, nella Federazione russa, in Cina, nelle due Coree. In Israele esiste il Misrad HaBitakhon, alla lettera “Ministero della Sicurezza”. Difesa e Sicurezza sono spesso usati come sinonimi.
Sembra che tutti gli stati del mondo si sentano in pericolo ed avvertano come inderogabile l’esigenza di armarsi. Soprattutto i più piccoli, deboli e vulnerabili dovrebbero avvertire questa esigenza, è così? Sembrerebbe di no, se consideriamo i livelli di armamenti e spese militari. Usa, Cina, Federazione Russa, UE, Israele sono ai primi posti. Le nazioni più forti e più ricche, anche le più armate, si sentono insicure e vulnerabili?
Se continuassimo ad affrontare questo argomento con un approccio logico non arriveremmo da nessuna parte.
Cambiamo prospettiva, allora. Il paese più armato al mondo, gli USA, è stato anche quello che dal 1947 ad oggi ha promosso o è stato coinvolto in più conflitti: Corea (1950-1953), Vietnam (1955-1975), Guerra del Golfo (1990-1991) con l’Operazione Desert Storm; Afghanistan (2001-2021), attualmente in Iran. Tralasciando i conflitti “minori”, come Grenada, Panama, Somalia, Kosovo, Libia, ecc., ecc. Gli Usa sono stati anche i primi a produrre ed utilizzare l’arma nucleare, il 6 agosto 1945 su Hiroshima, tre giorni dopo su Nagasaki, colpendo una popolazione quasi esclusivamente di civili. Per costringere il Giappone ad arrendersi e risparmiare alcune decine di migliaia di vite di soldati americani si sacrificarono più di centomila civili giapponesi.
In tutti questi casi gli USA si sono difesi, hanno garantito la loro sicurezza? Con quali argomenti hanno giustificato questi comportamenti? Essenzialmente tre: difesa, sicurezza, interessi nazionali.
I primi due si presentano come facce di una stessa medaglia, il terzo li ricomprende in una prospettiva più ampia. L’ultimatum di Kennedy a Nikita Krushiov sui missili a Cuba può essere considerato a tutela della sicurezza americana, non certo l’invasione di Panama, Granada , oppure la guerra in Vietnam distante più di 13.000 kilometri dagli USA. Sono state elaborate varie teorie, come la dottrina Truman e il Wilsonismo, che ribadivano la necessità/utilità per gli USA di sostenere a livello globale le liberal-democrazie. Quella della Guerra Preventiva, cioè la Dottrina Bush, sosteneva la necessità di eliminare anche le minacce potenziali. Tale dottrina fu formalizzata dopo l’attacco alle Due Torri, ma di fatto è stata sempre applicata, a partire dalla guerra di Corea.
La teoria che vede sempre e comunque il primato degli interessi nazionali degli USA va a coincidere con quella dell’America First, che non predica certo l’estranearsi degli USA da quanto avviene al di fuori del contesto americano. Si potrebbe riassumere così: “Gli USA non si lasciano coinvolgere in vicende internazionali i cui sviluppi non toccherebbero gli interessi americani. Gli USA si ritengono legittimati ad intervenire in tutti quei contesti mondiali che in modo diretto o indiretto, reale o potenziale, potrebbero creare conseguenze negative per gli USA”. A partire dal “cortile di casa”, l’America Latina.
Questo approccio riesce a spiegare la politica americana degli ultimi 100 anni. Dall’isolazionismo classico (1918-1941) alla crisi iraniana e all’isolazionismo “mitigato” contemporaneo, più enunciato che praticato, a partire dall’assunto: “Non ha senso intervenire in contesti dove i costi in vite umane e risorse non varrebbero i risultati ottenuti”.
Per un altro verso gli USA sono intervenuti in Vietnam perché, si sostenne all’epoca, che “Se vincesse in Vietnam, il comunismo si diffonderebbe in tutta l’Asia”. In contesti come il Medio o l’estremo Oriente gli USA sono spesso intervenuti per ridimensionare il nuovo nemico nello scontro di Civiltà, l’Islam. In Afghanistan, ad esempio, i due fattori (tutela degli interessi americani e disimpegno) si sono combinati. Dopo 20 anni di presenza militare, spiegata con giustificazioni diverse nel corso del tempo, gli USA hanno ritenuto troppo dispendioso e poco redditizio sul piano politico mantenere un contingente di occupazione e dall’oggi al domani si sono ritirati, assicurando al bilancio dello stato un risparmio di 300 miliardi di dollari l’anno. In Iran sta avvenendo qualcosa di simile.
In tutti i casi seppur sommariamente evocati, da Hiroschima al Vietnam, dalla Guerra del Golfo all’Iran, ha avuto qualche conferma il motto “Se vuoi la pace prepara la guerra”? Le armi convenzionali ed atomiche hanno evitato che scoppiassero conflitti? Hanno risolto la crisi in Palestina o in altri contesti? Le crisi in corso, ad esempio in Ucraina, sono state risolte con la crescita degli armamenti? La risposta è no. Perché armarsi non serve ad evitare conflitti? Perché armarsi rientra in una logica e una pratica di offesa e non di difesa.
Erodoto scriveva che la guerra è contro natura perché i padri seppelliscono i figli, mentre dovrebbe avvenire il contrario. Nessuno scatena una guerra perché pensa che non ne dovrà pagare le conseguenze in termini di vittime e distruzioni. I motivi sono altri e se ne discute da secoli.
Gli autori classici spiegano la guerra con il prevalere di alcune passioni sulla ragione, di impulsi come la voglia di predominare e primeggiare, imporsi e sfruttare le altrui risorse. In chiave moderna, ad esempio con Freud, si è spiegata la guerra con il riemergere delle pulsioni aggressive che gli strumenti della società civile, come l’educazione e il diritto, non riescono mai ad estirpare definitivamente. Un dato sembra essere confermato dalla storia: con le armi si fa la guerra non certo la pace.
Enrico Ferri, professore di Filosofia del Diritto e Storia dei Paesi Islamici all’Unicusano