13 Jul, 2026 - 08:00

Più investigazione, meno scorciatoie: la mafia si combatte senza tradire la Costituzione.

Più investigazione, meno scorciatoie: la mafia si combatte senza tradire la Costituzione.

Il grido d’allarme lanciato dal Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo merita il massimo rispetto. Nessuno può dubitare che la lotta alla criminalità organizzata rappresenti una priorità assoluta dello Stato e che la magistratura debba essere posta nelle condizioni di svolgere il proprio compito con strumenti investigativi efficaci.

Su questo non possono esistere divisioni.

Lo Stato ha il dovere di contrastare la mafia con determinazione, utilizzando tutte le risorse necessarie per colpire organizzazioni criminali che continuano a rappresentare una delle più gravi minacce alla nostra democrazia.

Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, è necessario evitare che l’emergenza diventi il terreno sul quale arretrano le garanzie costituzionali.

La richiesta di ampliare ancora una volta l’utilizzabilità delle intercettazioni nei procedimenti diversi da quelli per i quali sono state autorizzate pone una domanda che la politica non può eludere.

La mafia si combatte comprimendo progressivamente le libertà individuali oppure rendendo più efficiente l’organizzazione dello Stato?

È una differenza decisiva.

Se si imbocca la prima strada, si finisce inevitabilmente per accettare quella che Francesco Petrelli, presidente delle camere penali, ha definito efficacemente una “pesca a strascico”: un modello investigativo nel quale ciò che nasce come eccezione tende progressivamente a diventare regola.

Se, invece, si sceglie la seconda strada, la risposta è diversa. Significa investire sulle procure, sulla polizia giudiziaria, sulla tecnologia, sulla formazione degli investigatori e sulla capacità dello Stato di coordinare efficacemente le proprie strutture investigative. Significa, in altre parole, rendere più forte l’azione dello Stato senza rendere più deboli le libertà dei cittadini.

Ed è questa la strada indicata dalla Costituzione.

Le garanzie processuali non rappresentano un favore agli imputati né un ostacolo all’accertamento della verità. Sono il limite che la Costituzione pone all’esercizio del potere pubblico.

Ogni volta che quel limite viene abbassato in nome dell’emergenza, il rischio è sempre lo stesso: si ottiene forse qualche potere in più per l’autorità investigativa, ma si restringe lo spazio di libertà di tutti.

Combattere la mafia ed ogni forma di criminalità organizzata è una priorità .

Ma non può essere perseguita attraverso un progressivo arretramento delle garanzie, perché la forza dello Stato non si misura dalla facilità con cui può intercettare i cittadini. Si misura dalla capacità di arrestare i mafiosi rispettando fino in fondo la Costituzione. Perché quando la libertà arretra in nome dell’emergenza, a vincere non è lo Stato: è la logica dell’emergenza permanente.

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