13 Jul, 2026 - 07:00

L'Europa ha firmato l'alleanza tech di Washington. Poi il suo architetto ha spiegato che la sovranità europea è un errore

L'Europa ha firmato l'alleanza tech di Washington. Poi il suo architetto ha spiegato che la sovranità europea è un errore

L'Unione europea ha firmato la più ampia intesa di allineamento tecnologico dell'ultimo decennio lo stesso giorno in cui il suo ideatore pubblicava un saggio per demolire l'idea su cui Bruxelles fonda la propria politica digitale. Il 23 giugno 2026 la Commissione europea ha aderito a Pax Silica, l'alleanza a guida statunitense su semiconduttori, minerali critici e infrastrutture per l'intelligenza artificiale, nata a fine 2025 per isolare la Cina. E quasi nessuno, in Europa, se n'è accorto in tempo.

Nessun negoziato segreto: il percorso è tutto su fonti pubbliche. Solo che, per mesi, le ha lette quasi soltanto la stampa specializzata.

Il 27 marzo il Coreper, il tavolo degli ambasciatori dei 27 che prepara le decisioni dei ministri, ha bocciato la prima richiesta della Commissione di negoziare con Washington. La Francia era contraria, anzi ha letto l'operazione come un tentativo di "colonizzare l'Europa", secondo la ricostruzione di Euronews. Il via libera è arrivato solo a inizio giugno, dopo mesi di trattativa. Germania, Italia e Paesi Bassi spingevano per un fronte comune con gli Stati Uniti.

Poi la firma, tutta in una giornata: la Commissione per conto dell'Unione, con il direttore generale per la Connettività Roberto Viola al tavolo, Germania e Grecia a titolo nazionale, i Paesi Bassi separatamente. Sulla carta, poco più di un impegno politico: il testo non è vincolante e il suo scopo resta, parole di Euractiv, "ancora poco chiaro".

Tutto regolare, quindi. Quello che manca è la discussione pubblica. Nelle settimane del negoziato il dibattito è rimasto confinato ai canali per addetti ai lavori, e la stampa generalista dei Paesi che stavano decidendo se ne è occupata quasi solo il giorno dell'annuncio. L'opinione pubblica ha scoperto l'alleanza a cose fatte. Su una decisione che vale un decennio, è già una criticità.

C'è una coincidenza che pesa. Lo stesso 23 giugno Jacob Helberg, sottosegretario di Stato americano per gli Affari economici e regista dell'intera operazione, ha pubblicato sul canale Substack ufficiale del Dipartimento di Stato un saggio dal titolo "The Digital Sovereignty Trap". Bersaglio dichiarato: l'ONU e il suo Global Digital Compact, la spinta a far costruire a ogni Paese capacità tecnologiche proprie. Helberg la giudica una nostalgia "arretrata e controproducente" e propone la "sovranità dell'innovazione": cooperare tra alleati invece di duplicare ovunque le stesse capacità. Pax Silica, scrive, è quella logica.

Il saggio non nomina l'Europa. Ma "sovranità digitale" è la parola con cui Bruxelles descrive da anni la sua politica tecnologica. E il paradosso si chiude da solo: appena due giorni prima, il 3 giugno, la Commissione aveva presentato il pacchetto sovranità tecnologica più ambizioso di sempre, il Chips Act 2.0, con un fabbisogno stimato di 120 miliardi per i semiconduttori, 200 miliardi per i data center entro il 2036 e 100 miliardi per cloud e IA. Alla vicepresidente Henna Virkkunen il compito di rivendicare l'autonomia digitale; a quello stesso continente, quarantott'ore dopo, la firma su un'alleanza il cui architetto quell'autonomia la chiama vicolo cieco.

E c'è il conto, non solo la teoria: nello stesso accordo commerciale l'Unione si è impegnata ad acquistare almeno 40 miliardi di dollari di chip americani per l'IA. Viola ha replicato dicendosi in parte d'accordo, convinto che il saggio non riguardasse l'Europa, salvo poi difendere il diritto europeo a proteggere i propri dati. L'Europa firma la cornice e si riserva di ricordare che la sua sovranità, però, conta. Sì, come no.

E l’Italia? La domanda che resta aperta riguarda noi. L'Italia non ha ancora firmato la Pax Silica: al summit di Washington del 25 e 26 giugno è entrata come osservatrice, e l'ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale del ministro Antonio Tajani per l'innovazione, ha sottoscritto solo la dichiarazione congiunta sull'AI Opportunity. Il memorandum sui minerali critici, il cuore vero dell'intesa, Tajani e il segretario di Stato Marco Rubio lo firmeranno «alla prima occasione utile»: il negoziato tecnico, assicura Varricchio, è già concluso.

La firma doveva arrivare al Business Forum di Miami, saltato dopo lo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni sul presunto tiepido sostegno italiano all'operazione contro l'Iran. Tajani ha definito l'annullamento "un segnale", dice. E un dossier da mesi sul tavolo diventa così la moneta per ricucire lo strappo: la firma come cerotto.

Il punto vero è un altro. L'Italia entra come Stato-nazione, in una logica bilaterale di sicurezza economica e libero mercato, ma userà quelle tecnologie in un mercato che Bruxelles regola secondo una logica di diritti. Si colloca sulla faglia tra i due modelli. E il fondo americano, annunciato il 26 marzo, vale appena 250 milioni di dollari: la spesa vera la mettono gli alleati, in un consorzio dove Washington detta lo standard e gli altri portano capacità e capitali.

Una soluzione minima ci sarebbe già: pubblicare, prima del voto, ordine del giorno ed esiti delle riunioni Coreper sui dossier di questa portata. Non i verbali, solo cosa si discute e quando. Altrimenti l'opinione pubblica europea continuerà a scoprire le proprie alleanze tecnologiche il giorno della firma. Mai il giorno prima.

 

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