C'è un salotto buono della geopolitica dove russi e cinesi si vedono da anni senza che nessuno, fuori da quelle stanze, ne sapesse l'esistenza: un forum bilaterale sulla cooperazione militare-tecnologica, arrivato ormai alla sua quinta o sesta edizione, tenuto in gran segreto tra Guangzhou, Mosca ed Ekaterinburg. Non un vertice diplomatico da photo opportunity, ma l'anticamera dove si discutono forniture di materiale a duplice uso e, a quanto pare, molto di più.
Il bersaglio grosso è Starlink: la costellazione satellitare diventata negli ultimi anni la spina dorsale delle comunicazioni militari ucraine, dai droni alle evacuazioni sanitarie. Il piano attribuito ai tecnici cinesi procederebbe per gradi, con la pazienza tipica di chi gioca a scacchi lunghi: prima la pressione diplomatica nelle sedi internazionali per limitare l'espansione della rete, poi il disturbo elettromagnetico mirato a spegnere il segnale in aree scelte, infine — capitolo più inquietante — attacchi informatici ai terminali e, nella versione più estrema, la messa fuori uso dei satelliti stessi. Pechino avrebbe proposto pure di allargare il fronte, invitando "paesi interessati" a un'alleanza tecnica anti-Starlink: un invito a nozze contro un'azienda privata americana che, va ricordato, è anche il principale fornitore spaziale del Pentagono.
Se Starlink fosse l'unico capitolo, la storia sarebbe già di per sé un bel boccone. Ma le carte raccontano di uno scambio più ampio: Mosca che mette sul tavolo l'esperienza raccolta sul campo in Ucraina, Pechino che ricambia con componenti, elettronica e capacità produttiva. Reparti russi risulterebbero già equipaggiati con droni assemblati con tecnologia cinese, un banco di prova a costo zero per Pechino. E non manca il capitolo difesa: un sistema antiaereo e antimissile di nuova generazione, pensato per intercettare anche armamenti ipersonici occidentali. Un dettaglio che a Taipei, verrebbe da dire, non farà dormire sonni tranquilli: le stesse tecnologie satellitari che oggi proteggono Kiev, domani potrebbero tornare utili all'isola in caso di crisi con la Cina.
Il filo che lega ogni pagina di questo dossier è sempre lo stesso: la convinzione, coltivata tanto al Cremlino quanto a Pechino, di vivere sotto assedio, circondati da un Occidente a guida americana che va contenuto con ogni mezzo disponibile. Non più semplice allineamento tattico sull'Ucraina, insomma, ma un progetto più ambizioso: superare la supremazia militare a stelle e strisce mettendo insieme know-how bellico russo e potenza industriale cinese. Un'intesa che, se confermata nei fatti quanto lo è nelle slide uscite dai cassetti, avvicina pericolosamente due fronti che fino a ieri sembravano lontani: la guerra in Ucraina e la tensione nello stretto di Taiwan, l'Europa e l'Asia-Pacifico, sotto lo stesso ombrello strategico.
Il fatto che cancellerie e alleanze occidentali si stiano già muovendo per verificare e, nel caso, rispondere, la dice lunga su quanto la faccenda venga presa sul serio. Nel frattempo Elon Musk, che di questa storia è insieme protagonista e bersaglio, resta stranamente silenzioso. E chi lo conosce sa che il suo silenzio, spesso, è il rumore più assordante di tutti.