09 Jul, 2026 - 12:30

Garlasco, Cedrangolo a Zona Bianca: cos'ha detto il pg che chiese l'annullamento della condanna di Stasi

Garlasco, Cedrangolo a Zona Bianca: cos'ha detto il pg che chiese l'annullamento della condanna di Stasi

A distanza di oltre dieci anni dalla requisitoria che lo portò a chiedere l'annullamento della condanna di Alberto Stasi, l'ex procuratore generale della Cassazione Oscar Cedrangolo è tornato a parlare del caso Garlasco. Ospite della trasmissione "Zona Bianca", condotta da Giuseppe Brindisi su Rete 4, il magistrato ha ribadito i dubbi espressi nel 2015 sul quadro indiziario contro Stasi, definendo "una bufala" quello che la sentenza d'Appello bis indicava come il primo e più grave elemento a suo carico.

La posizione dell'ex pg Cedrangolo in Cassazione 

Nel corso dell'intervista a "Zona Bianca", Cedrangolo ha ricordato la linea sostenuta davanti alla Corte di Cassazione l'11 dicembre 2015, quando, in qualità di procuratore generale, chiese l'annullamento della condanna inflitta ad Alberto Stasi. 

"In questa sede, in queste aule, non si giudicano gli imputati ma si giudicano le sentenze. Si stabilisce se la sentenza è fatta bene o male. Se è fatta bene si conferma, se fatta male si annulla", aveva esordito al tempo nella sua requisitoria.

Una scelta che, come confermato ora a Giuseppe Brindisi, l'ex pg prese dopo un'attenta valutazione degli atti processuali.

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Non si tratta di coraggio intellettuale, civile o professionale - ha spiegato - ma puramente e semplicemente della personale esigenza di fare al meglio possibile il proprio lavoro.

Il magistrato ha respinto anche l'idea di un possibile "riscatto" legato alle nuove indagini dei pm pavesi, che hanno portato all'emersione di indizi contro Andrea Sempio e di elementi a discarico di Stasi, per il quale hanno chiesto che si valuti una revisione processuale.

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Non ho ovviamente alcun bisogno di riscatto morale - ha dichiarato Cedrangolo - Provo amarezza per un’ignobile bagarre avvenuta a suo tempo e adesso puntualmente ripropostasi.

Un giudizio netto, anche sul piano personale, quando a domanda dell'intervistatore su una possibile ferita ancora aperta risponde: "Non ci sono ferite né coscienze da interrogare, c'è la serenità assoluta di aver interpretato al meglio delle mie possibilità il mio ruolo di procuratore generale". 

Il processo Stasi: dalle assoluzioni alla condanna

La richiesta dell'allora pg non fu accolta dalla Corte di Cassazione, che confermò quindi la condanna a 16 anni di reclusione emessa dai giudici dell'Appello bis, rendendola definitiva. Si concluse così un iter giudiziario iniziato molti anni prima. Nel 2009 Alberto Stasi era stato assolto in primo grado dal Gup di Vigevano Stefano Vitelli, che aveva ritenuto insufficienti gli elementi raccolti a suo carico. Assoluzione confermata dalla Corte d'Assise di Milano nel 2011.

Nel 2014, la Cassazione dispose un nuovo processo di secondo grado e un totale riesame delle prove, tra cui la famosa camminata e le tracce biologiche rinvenute sui pedali della bicicletta dell'imputato. La nuova sentenza si fondò su sette elementi indiziari valutati nel loro insieme dai giudici come "precisi, gravi e concordanti" e quindi sufficienti a delineare la responsabilità di Stasi. Cedrangolo ne contestò la tenuta logica punto per punto. 

L'incidente domestico e l'indizio definito "una bufala"

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L'anello debole [...] era quello che l'Appello bis riteneva il primo e grave indizio a carico dell'imputato, e cioè il tentativo di accreditare l'ipotesi dell'incidente domestico,

ha spiegato ora l'ex procuratore generale. "Questo indizio, ritenuto il primo e grave, in realtà si è rivelato una bufala", ha aggiunto, definendolo anche "un vero e proprio travisamento processuale". 

Il riferimento di Cedrangolo riguarda la ricostruzione secondo cui Stasi avrebbe cercato far apparire la morte di Chiara Poggi come conseguenza di un incidente. Ricostruzione che per i giudici dell'Appello bis aveva avuto un ruolo centrale nella valutazione della condotta dell'imputato.

E che oggi, insieme a una serie di altri elementi, i pm pavesi rimettono in discussione. Il procuratore aggiunto Stefano Civardi scrive nella sua memoria che "al telefono con l'operatore del 118 Stasi non parla di un supposto incidente domestico". 

Di quella chiamata si è parlato molto anche per la presunta freddezza che Stasi avrebbe mostrato, secondo i giudici, nello scoprire il cadavere della fidanzata, incompatibile con il comportamento di una persona che si fosse trovata davanti alla scena per la prima volta. Una lettura contestata da Cedrangolo già nel 2015.

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