La definitiva condanna di Mauro Moretti per la tragedia ferroviaria di Viareggio ha inevitabilmente riacceso un dibattito che va ben oltre il singolo processo. Non riguarda soltanto la responsabilità dell’ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato. Riguarda il modo in cui il diritto penale deve confrontarsi con le grandi tragedie collettive.
Di fronte a eventi che provocano decine di vittime, il dolore dei familiari reclama una risposta. Ed è giusto che sia così. Lo Stato ha il dovere di accertare ogni responsabilità e di garantire alle vittime una giustizia effettiva.
Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, il diritto penale non può permettersi di smarrire i propri principi fondamentali.
La responsabilità penale, lo dice l’articolo 27 della Costituzione, è personale. Non può mai trasformarsi in una responsabilità di posizione.
Questo significa che nessuno può essere ritenuto colpevole soltanto perché ricopre il vertice di una grande organizzazione. L’essere amministratore delegato, presidente o direttore generale non costituisce, di per sé, un titolo di responsabilità penale.
Ciò che il giudice deve accertare è altro: quali fossero i poteri concretamente esercitati, quali rischi fossero conosciuti o conoscibili, quali decisioni avrebbero potuto impedire l’evento e quale contributo causale abbia avuto la condotta dell’imputato.
È questo l’accertamento che distingue la responsabilità soggettiva, propria di uno Stato di diritto, dalla responsabilità oggettiva, che il nostro ordinamento ha sempre escluso.
Naturalmente ciò non significa ridurre la tutela delle vittime. Sarebbe un grave errore contrapporre le garanzie dell’imputato ai diritti di chi ha subito il reato.
Le vittime e i loro familiari hanno diritto alla verità, al riconoscimento delle responsabilità e a una risposta giudiziaria efficace. Ma hanno anche diritto a una giustizia che sia fondata su un rigoroso accertamento della colpevolezza personale e non sulla semplice individuazione del soggetto posto al vertice dell’organizzazione.
La vicenda Moretti ripropone allora una questione destinata a diventare sempre più centrale in una società caratterizzata da imprese e amministrazioni sempre più complesse. Come si individua il responsabile quando le decisioni sono distribuite tra molteplici livelli organizzativi? Qual è il confine tra il dovere di organizzazione e la responsabilità penale personale?
Sono domande che non possono trovare risposta nell’emotività suscitata dalla gravità dell’evento.
Il rischio, altrimenti, è quello di scivolare verso un modello nel quale la responsabilità penale finisce per coincidere con il ruolo ricoperto, facendo del vertice aziendale il naturale destinatario della sanzione ogni volta che si verifica una tragedia.
È una prospettiva incompatibile con il nostro sistema costituzionale.
Il diritto penale non deve mai diventare il luogo nel quale si individua un colpevole perché la collettività avverte il bisogno di dare un volto al dolore.
Deve restare, invece, il luogo nel quale la responsabilità viene affermata soltanto quando sia dimostrata, oltre ogni ragionevole dubbio, una colpa personale, un concreto potere di impedire l’evento e un effettivo nesso causale tra la condotta e il fatto.
Solo così si tutela davvero la dignità delle vittime e, insieme, la credibilità della giustizia.
Perché il diritto penale perde la propria forza non quando assolve chi non è colpevole, ma quando rinuncia ad accertare la responsabilità personale e si accontenta della responsabilità del ruolo.