03 Jul, 2026 - 22:40

Funerali Khamenei, nessuna lacrima per un dittatore sanguinario

Funerali Khamenei, nessuna lacrima per un dittatore sanguinario

Il funerale di Ali Khamenei, che in questi giorni trasforma le strade di Teheran in un teatro di propaganda monumentale, non è solo l’addio a un leader; è la messa in scena di una menzogna colossale. Vedere il regime tentare di orchestrarne il lutto è un insulto intollerabile alla memoria delle migliaia di vittime che quella stessa mano ha fatto torturare, impiccare e massacrare. Non c'è spazio per il cordoglio quando si parla di un uomo che ha fondato la propria autorità sull'annientamento sistematico della gioventù iraniana in cerca di libertà. Non si può rimpiangere chi ha trasformato il proprio Paese in un cimitero a cielo aperto, facendo del boia l'unico vero simbolo di stabilità.

L’errore prospettico di chi guarda a questo "show" sta nel dare credito a un dolore che è solo una coreografia del potere. Khamenei non ha lasciato una nazione in lacrime, ma un popolo in catene. Ha costruito, nel corso di decenni, un ecosistema blindato dove la religione è stata piegata alla logica della sottomissione. Quando succedette a Khomeini nel 1989, fu visto da molti come una figura di compromesso. Quella era solo la maschera necessaria per l'ascesa. Khamenei ha trasformato la teocrazia in un sistema di controllo tentacolare, dove le Guardie Rivoluzionarie, il clero conservatore e le enormi fondazioni economiche si sono fuse in un blocco di potere indistruttibile, la cui unica logica di persistenza è l'eliminazione sistematica di chiunque osi alzare la voce.

Sotto il suo mandato, il terrore non è stato uno strumento di contorno, ma l’architettura stessa dello Stato. Le sparizioni forzate, le esecuzioni capitali di giovani innocenti, la persecuzione capillare delle minoranze, lo stupro come arma di umiliazione nelle prigioni e la negazione brutale dei diritti civili delle donne non sono state tragiche fatalità, ma i pilastri di un regime che ha fatto dell’omicidio di Stato la sua cifra distintiva.

Chi oggi sfila per le strade di Teheran, spesso costretto da un apparato che non ammette dissenso e che punisce l'assenza al rito funebre, non sta rendendo omaggio a un uomo, ma sta celebrando un sistema che sopravvive unicamente perché continua a uccidere chi sogna un futuro diverso. È un lutto imposto, una recita grottesca in cui la paura viene spacciata per devozione.

Oggi, quel sistema non teme la transizione; la governa con l'autoconservazione di chi sa di aver le mani sporche di sangue. L'apparato si è stretto a cerchio, isolando Mojtaba Khamenei in un silenzio strategico che appare come una mossa tattica per proteggere la continuità di un comando basato, ieri come oggi, sul sangue.

Stiamo assistendo a una mutazione genetica del potere in Iran. Il regime sta abbandonando le vesti, ormai consunte, della teocrazia religiosa per indossare quelle di una dittatura militare ancora più brutale. Se in passato la repressione cercava una legittimazione dottrinale, oggi essa è guidata dalla necessità pragmatica di sopprimere ogni voce critica prima che diventi una minaccia. Le tracce del terrore imposto da Khamenei i ricordi strazianti delle madri, i sacchi neri ammassati fuori dagli ospedali, le ferite mai rimarginate di un popolo oppresso sono l'eredità che i nuovi padroni del Paese utilizzano per giustificare l'inasprimento della sorveglianza.

A rendere il quadro ancora più fosco è l'indifferenza cinica della diplomazia internazionale. Mentre il regime allestisce palchi faraonici per ostentare una coesione inesistente, il mondo si prepara a sedersi ai tavoli di negoziato. Il 18 luglio, a Doha, si discuterà di accordi e di stabilità, siglando patti di convenienza con gli eredi di un sistema che ha fatto dell’omicidio di Stato la sua cifra distintiva. Ogni inchino diplomatico di fronte a questa leadership, ogni stretta di mano che ignora le grida delle madri dei ragazzi impiccati, è una complicità attiva con i carnefici. Sostenere, anche solo con il silenzio, questo apparato non è pragmatismo: è un tradimento dei valori universali di giustizia e libertà.

Il corteo funebre che si snoda tra Teheran, Qom e Mashhad è una coreografia meticolosa, un tentativo disperato di convincere il mondo che la Repubblica Islamica è ancora solida. Ma una nazione fondata sull'assassinio sistematico dei propri figli è una nazione che vive costantemente sull'orlo dell'abisso. La “Settimana globale di azione per un Iran libero” lanciata dalla diaspora, sostenuta con forza da figure come il principe Reza Pahlavi e dalla resistenza iraniana, è la prova che la fiamma del dissenso non si è spenta; si è solo rifugiata nelle ombre, pronta a trasformarsi in giustizia.

La storia possiede il dono della chiarezza. Un giorno, i palchi di Teheran diventeranno polvere e la propaganda verrà archiviata come un triste capitolo di sopraffazione. La dittatura, pur mutando pelle per sopravvivere a se stessa, dovrà fare i conti con la propria fine. Fino a quel momento, il peso di questa agonia non ricadrà solo sulle spalle degli iraniani, ma diventerà una macchia indelebile sulla coscienza di chi, nel mondo, ha preferito la stabilità cinica alla giustizia. Il grido di chi è stato ucciso per la libertà risuonerà ancora, chiaro e cristallino, come una sentenza definitiva contro i carnefici di ieri e di oggi.

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