Il 4 luglio 2026 segna il 250esimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, un’occasione che per tradizione dovrebbe servire a commemorare valori condivisi e il rinnovamento dell’impegno civico. Invece, questa data si presenta come una prova per le profonde fratture politiche e sociali che attraversano il paese. Quella data, fissata sul calendario nel 1776 come simbolo della nascita della nazione, arriva oggi in un clima molto diverso da quello idealizzato.
Il 4 luglio 2026 vedrà lo svolgimento di due celebrazioni nettamente separate per luoghi, organizzazione e tono. A Washington, sul National Mall, è previsto un grande raduno che avrà la partecipazione del presidente Donald Trump e che promette spettacoli pirotecnici massivi e a Los Angeles sarà organizzato un evento alternativo.
Questi due appuntamenti raccontano non soltanto una divisione geografica ma anche una separazione simbolica. Il centro politico federale propone uno spettacolo imponente, mentre dall’altra parte della costa si organizza una celebrazione pensata con linguaggi e messaggi diversi.
Questa frammentazione riflette la polarizzazione e la difficoltà di costruire una narrativa condivisa sulla storia nazionale. Mentre il National Mall assume i tratti di un grande palcoscenico presidenziale, l’evento californiano rappresenta una risposta civile e culturale che intende offrire un’immagine alternativa.
La gestione ufficiale dell’anniversario ha seguito una traiettoria politica che ha alimentato polemiche. La commissione bipartisan voluta dal Congresso nel 2016, denominata America250 era pensata come organismo istituzionale per coordinare le celebrazioni. Al suo posto è emersa Freedom 250, un’iniziativa che appare allineata al presidente Trump e che ha assunto un ruolo centrale nell’organizzazione dell’evento di Washington.
Quando la gestione delle commemorazioni passa da una cornice istituzionale condivisa ad un progetto più politico, cambia anche il messaggio pubblico. Quello che poteva essere un momento di riflessione collettiva rischia di trasformarsi in una vetrina elettorale.
Non è nuova la pratica di richiamare il patriottismo per ottenere consenso. Tuttavia, osservatori e critici sottolineano elementi di novità nel modo in cui questi richiami vengono presetati nel 2026. Il presidente Trump, che è rientrato alla Casa Bianca nel gennaio 2025 per un secondo mandato non consecutivo, ha da tempo adottato strategie comunicative che personalizzano simboli nazionali: proposte di merchandise commemorativo (banconote da 250 dollari e passaporti con la propria immagine) e la promozione di monumenti ad hoc, come un progetto ispirato all'Arco di Trionfo di Parigi.
Queste operazioni creano una sovrapposizione tra figura personale e iconografia nazionale.
I sondaggi recenti consegnano un quadro complesso. Una forte identità nazionale dichiarata tra i sostenitori repubblicani e un sentimento molto più diviso tra i democratici. Secondo un’indagine NPR/PBS News/Marist, oltre il 90 per cento degli intervistati che si identificano come repubblicani affermano di essere orgogliosi o molto orgogliosi di essere americani, mentre solo il 45 per cento dei democratici esprime lo stesso sentimento.
Altri dati rafforzano il sentimento di incertezza sul futuro della nazione. Un sondaggio Reuters/Ipsos ha rilevato che circa il 38 per cento degli intervistati non crede che gli Stati Uniti esisteranno come unico paese tra 250 anni, e circa il 75 per cento ritene che la democrazia americana rischi di fallire (tra questi, l’85 per cento dei democratici e il 50 per cento dei repubblicani concordano su questo rischio).
Queste percezioni non sono soltanto numeri ma indicano una perdita di fiducia nelle istituzioni e nei meccanismi di coesione nazionale.
Guardare al passato offre confronti utili. Anche il bicentenario degli Stati Uniti fu celebrato in anni segnati da scandali e divisioni, tra cui il Watergate e le ferite della guerra del Vietnam, eppure figure istituzionali del tempo cercarono di non sfruttare la commemorazione per fini di parte. Gli osservatori ricordano, per esempio, la gestione del presidente Gerald Ford, che evitò di strumentalizzare la ricorrenza in vista delle elezioni.
Oggi, con le prossime votazioni di medio termine all’orizzonte, l’uso politico dell’anniversario assume una portata pratica e non solo simbolica.