La proposta di legge sul fine vita è stata rinviata in commissione, di fatto affossando una proposta che puntava a garantire il suicidio assistito attraverso il Servizio Sanitario Nazionale.
Ma qual è la situazione oggi in Italia? Nel nostro Paese non esiste ancora una legge nazionale. Tutto è retto da una storica sentenza della Corte Costituzionale del 2019, che ha depenalizzato il suicidio assistito solo a quattro rigidissime condizioni: il malato deve avere una patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, essere capace di intendere e di volere, ed essere tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale.
Ma senza una legge dello Stato, l'applicazione pratica è frammentata e scaricata sulle singole regioni.
Se allunghiamo lo sguardo al resto d'Europa, il quadro è, come spesso accade, completamente diverso. Paesi come Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo hanno legalizzato sia l'eutanasia attiva che il suicidio assistito ormai da anni.
Anche Spagna e Portogallo si sono dotate di leggi avanzate e percorsi medici chiari, mentre in Svizzera e Austria il suicidio assistito è una realtà normata e accessibile. Persino la Francia sta discutendo una propria riforma.
E allora, perché l'Italia rimane sempre così indietro? La risposta sta tutta nelle profonde divisioni ideologiche della politica. Se l'opposizione spinge per un percorso pubblico garantito dallo Stato, la maggioranza frena. E mentre si scontra su tabù ideologici, i malati terminali che godrebbero della legge sul fine vita se ne vanno all’estero.