29 Jun, 2026 - 08:00

GIP collegiale: una buona riforma che ha bisogno di una giustizia pronta ad applicarla

GIP collegiale: una buona riforma che ha bisogno di una giustizia pronta ad applicarla

Il dibattito sul GIP collegiale rischia di essere affrontato con le categorie sbagliate. Da una parte c’è chi lo considera una riforma indispensabile per rafforzare le garanzie dei cittadini; dall’altra chi la descrive come un intervento destinato a paralizzare l’attività degli uffici giudiziari. Entrambe le letture colgono solo una parte del problema.

La riforma, introdotta dal Governo con la legge n. 114 del 2024 nell’ambito del più ampio intervento sulla giustizia, nasce da un’esigenza difficilmente contestabile: rafforzare le garanzie nel momento in cui lo Stato assume la decisione più incisiva nei confronti di un cittadino ancora presunto innocente, disponendone la custodia cautelare in carcere.

La ratio della scelta è evidente. Privare una persona della libertà personale prima che sia intervenuta una sentenza definitiva costituisce uno degli atti più delicati che l’ordinamento possa compiere. Affidare questa decisione non più ad un solo giudice, ma ad un collegio composto da tre magistrati, significa introdurre un confronto tra diverse valutazioni giuridiche, ridurre il rischio di errori e garantire una maggiore ponderazione degli elementi raccolti nel corso delle indagini.

Sotto questo profilo, la riforma è certamente condivisibile.

Del resto, il nostro ordinamento già conosce la collegialità nel controllo delle misure cautelari. Quando l’indagato impugna un’ordinanza applicativa della custodia cautelare, è il Tribunale del riesame, organo collegiale, a pronunciarsi sulla legittimità della decisione. Il legislatore ha ritenuto che quella stessa garanzia dovesse operare fin dal momento iniziale, quando viene assunta la decisione che incide sulla libertà personale.

Una scelta che appare coerente con l’evoluzione del processo penale.

Negli ultimi anni, infatti, la misura cautelare ha assunto un rilievo sempre maggiore. Pur essendo prevista esclusivamente per soddisfare esigenze cautelari tassativamente indicate dalla legge, essa produce spesso effetti personali, professionali e mediatici destinati a protrarsi ben oltre la fase delle indagini. Non di rado, nella percezione dell’opinione pubblica, la misura cautelare finisce per assumere il significato di un’anticipazione della futura sentenza di condanna. È proprio per questo che una decisione così delicata richiede il massimo livello di ponderazione e di garanzia.

Il problema, tuttavia, non riguarda il principio ispiratore della riforma, bensì la sua concreta applicazione.

La giustizia italiana continua infatti a convivere con croniche carenze di organico, sia tra i magistrati sia nel personale amministrativo. A queste difficoltà si aggiunge la disciplina delle incompatibilità, che in molti uffici giudiziari rende estremamente complessa la formazione dei collegi senza incidere sul regolare svolgimento delle altre attività giudiziarie.

È questo il vero nodo della questione.

Una riforma pensata per rafforzare le garanzie rischia infatti di produrre effetti opposti se viene introdotta in un sistema che non dispone ancora degli strumenti necessari per sostenerla. Il rischio non è rappresentato dalla collegialità in sé, ma dall’assenza delle condizioni organizzative indispensabili per renderla realmente operativa.

Per questo motivo il rinvio dell’entrata in vigore della disciplina non dovrebbe essere letto come un arretramento rispetto ai principi che la ispirano, ma come l’occasione per affrontare finalmente le criticità strutturali della giustizia italiana. Occorre completare gli organici, rafforzare il personale amministrativo, rivedere la disciplina delle incompatibilità e mettere gli uffici giudiziari nelle condizioni di funzionare con efficienza.

Solo così il GIP collegiale potrà realizzare l’obiettivo per cui è stato concepito: rafforzare le garanzie senza compromettere la tempestività delle decisioni.

Proprio per questo sarebbe un errore trasformare questa vicenda nell’ennesimo terreno di contrapposizione. La politica ha il dovere di accompagnare una riforma condivisibile con gli interventi organizzativi necessari a renderla concretamente applicabile. Ma anche l’Associazione Nazionale Magistrati dovrebbe evitare di utilizzare le difficoltà operative come l’ennesimo motivo di scontro con il Governo.

Le criticità denunciate sono reali e meritano di essere affrontate. Proprio per questo dovrebbero rappresentare il punto di partenza di un confronto serio e costruttivo sull’organizzazione della giustizia, non l’occasione per alimentare una polemica politica destinata a lasciare irrisolti i problemi.

Il GIP collegiale non dovrebbe diventare il simbolo di una battaglia tra istituzioni. Dovrebbe rappresentare, invece, un obiettivo comune: garantire decisioni più ponderate quando è in gioco la libertà personale dei cittadini. Perché le buone riforme non si giudicano soltanto dalla qualità dei principi che le ispirano, ma anche dalla capacità dello Stato di creare le condizioni necessarie affinché possano funzionare davvero.

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