26 Jun, 2026 - 11:30

"Good Luck, Have Fun, Don’t Die": la nuova commedia di Verbinski che fa il verso a "Black Mirror"

"Good Luck, Have Fun, Don’t Die": la nuova commedia di Verbinski che fa il verso a "Black Mirror"

Era una nottata di aprile del 2025 quando mi sono imbattuta in Gente comune, il primo episodio della settimana stagione della serie antologica Black Mirror. Un uomo ordinario di nome Mike (Chris O'Dowd), sposato da diversi anni con Amanda (Rashida Jones), una maestra di scuola elementare, si ritrova improvvisamente a fare i conti con un’enorme disgrazia: la moglie, finora in perfetta salute, è appena entrata in coma. Mike ha così scoperto che Amanda è affetta da un tumore cerebrale maligno e che non ci sono speranze che si risvegli. Esiste però un’azienda chiamata Rivermind, che si occupa di neuro-tecnologia avanzata. Offrendo la possibilità di sostituire parti del cervello malate con membrane sintetiche, capaci di clonare la mente umana e di mimarne le funzioni, la Rivermind propone a Mike l’occasione di mantenere in vita Amanda. Accettando, ben presto scopriranno entrambi che il progresso tecnologico in campo medico ha un prezzo che va al di là del semplice danaro.

Ebbene, alla fine di quei 56 minuti di spettacolo doloroso e surreale, devo confessare che mi sono ritrovata in lacrime a piangere distrutta. Quell’episodio ti schiaffeggia in pieno volto, parlando senza mezzi termini alla paura più grande di tutti noi: come si può accettare la scomparsa di qualcuno che amiamo? E ancora, siamo davvero così impotenti dinanzi alla morte? Se la scienza un giorno ci rendesse in grado di riportare in vita i defunti o di risvegliare i pazienti in coma irreversibile, siamo sicuri che non ci sarebbe alcuna conseguenza malvagia? E sarebbe poi così etico opporsi all’inevitabile? Dopo circa venti minuti dall’inizio di Good Luck, Have Fun, Don’t Die, il nuovo lungometraggio del regista statunitense Gore Verbinski, la prima cosa a cui ho pensato è stata proprio la trama di Gente comune.

L’opera, girata nel 2024, giunge nei cinema adesso, nel 2026, a distanza di un decennio dall’ultimo lavoro di Verbinski, A Cure for Wellness (2016). La sceneggiatura di Good Luck, Have Fun, Don’t Die è un soggetto originale di Matthew Robinson, che deriva da un precedente progetto per la TV, mai sviluppato. In principio doveva trattarsi di una serie che vedeva protagonista un giovane isolato con problemi di socializzazione. Rielaborando totalmente la storia e inserendo degli elementi predominanti di fantascienza, si è poi pensato di farne un film.

Un uomo di mezza età fa ingresso dal nulla in un Norms diner, una nota catena di ristoranti della California. Sostiene di provenire dal futuro e di aver affrontato un viaggio spaziotemporale nel tentativo di fermare un’imminente catastrofe globale, causata dall’intelligenza artificiale, che molto presto sfuggirà al controllo umano. Reclutando sei sconosciuti, affronteranno insieme una disperata avventura. 

La dodicesima pellicola di Gore Verbinski parte dalla teatralità concitata, costruendo la sua identità su un paradosso: come si può pensare di preservare il futuro se il presente risulta già essere irrimediabilmente compromesso? Chi è che va tratto in salvo se l’umanità è ormai consumata? Per confezionare un’allegoria satirica sulla società di oggi, la sceneggiatura di Matthew Robinson infila in un grosso tritacarne metaforico una serie di luoghi comuni per farne una polpetta da servire ben cotta in pasto allo spettatore. Dalle nuove generazioni formate da adolescenti malvagi, viziati, violenti e ingestibili, alle sparatorie nelle scuole americane, dove per porre rimedio, anziché vietare la vendita delle armi da fuoco, si preferisce trovare un modo di riportare in vita le vittime. Inoltre, per Robinson i social network, la realtà virtuale e l’intelligenza artificiale sarebbero diventati un mezzo di stordimento pari all’eroina, sostituendo i vecchi tossici da siringa con i contemporanei da smartphone.

Devo dire però che, come tutta la carne stracotta, se all’inizio i bocconi di questa polpetta impastata da Verbinski danno la percezione illusoria di essere comunque succosi, dopo circa un’ora passata a masticare il medesimo bolo come fosse una chewing gum, ci si rende conto che è impossibile da mandare giù. Sì, perché durante il primo tempo, benché ci siano parecchie somiglianze con la sesta e la settima stagione di Black Mirror, ci sono degli aspetti narrativi godibili e accattivanti. Ma dal secondo atto in poi il copione diventa stupidamente grottesco, salvandosi in corner giusto sul finale.

In quante altre occasioni abbiamo già visto sul grande schermo l’eroe di turno arrivare dal futuro per salvare la specie umana? Decine e decine di volte, ma ciò che nei recenti film di fantascienza salta subito all’occhio è quanto l’immaginario futurista non sia altro che una ricostruzione troppo fedele dei costumi e delle innovazioni tecnologiche odierne. Trent’anni fa nelle sceneggiature sci-fi i cineasti di tutto il mondo davano fondo alla propria creatività per ideare immaginari utopistici, che la maggioranza delle persone non sarebbe neppure stata capace di sognare.

Oggi, invece, il cinema fantastico sembra raccontare quel che già esiste in una versione estesa (ma neanche tanto). E non credo che la ragione sia da imputare solo alla mancanza di nuove idee, ma anche al fatto che abbiamo raggiunto un’assurda disumanizzazione mai vista nella storia dell’uomo. È difficile proiettarsi in un’ipotesi peggiore di questa. Siamo davvero disposti a perdere per sempre il contatto con la realtà? Per Good Luck, Have Fun, Don’t Die, 3 stelle su 5.

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