24 Jun, 2026 - 13:00

Malagò alla guida della FIGC: il calcio italiano sceglie l'autorevole passato. Ora servono trasparenza e una vera discontinuità

Malagò alla guida della FIGC: il calcio italiano sceglie l'autorevole passato. Ora servono trasparenza e una vera discontinuità

L'elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC rappresenta molto più di un semplice avvicendamento ai vertici federali. È un passaggio politico-istituzionale che segna la conclusione di una stagione controversa e l'apertura di una fase nuova per il calcio italiano, chiamato a confrontarsi con una crisi che non è soltanto tecnica ma soprattutto sistemica.

Dopo anni caratterizzati da risultati sportivi deludenti, tensioni interne, rapporti spesso opachi tra le diverse componenti del movimento, una giustizia sportiva non più credibile, decisioni arbitrali a dir poco imbarazzanti e una crescente distanza tra la governance federale e la base del calcio nazionale, il voto assembleare assume il significato di una richiesta di cambiamento proveniente dall'intero ecosistema calcistico.

Giovanni Malagò arriva a questa sfida con un curriculum difficilmente contestabile sotto il profilo gestionale. Presidente del CONI per oltre un decennio, protagonista dell'assegnazione dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 e membro del Comitato Olimpico Internazionale, ha costruito nel tempo una reputazione di dirigente capace di muoversi con efficacia tanto nelle dinamiche nazionali quanto nei delicati equilibri internazionali dello sport.

La sua figura, tuttavia, non è mai stata unanimemente condivisa. Come ogni protagonista delle grandi istituzioni italiane, Malagò porta con sé sostenitori convinti e critici severi. Eppure, proprio questa capacità di generare consenso e dissenso rappresenta uno degli elementi che ne certificano il peso specifico all'interno del sistema.

La vera questione, oggi, non riguarda tanto l'uomo quanto il metodo.

Negli ultimi anni la FIGC è apparsa spesso prigioniera di una gestione percepita come autoreferenziale. Le continue polemiche, le discussioni sulla rappresentatività delle componenti federali, le tensioni con il mondo professionistico e dilettantistico e, soprattutto, l'incapacità di affrontare in maniera strutturale i problemi della formazione dei giovani calciatori hanno progressivamente eroso la fiducia degli addetti ai lavori.

Sul piano tecnico, il quadro è persino più preoccupante di quanto raccontino i risultati della Nazionale. Il sistema produce sempre meno talenti d'élite, il minutaggio dei giovani italiani nei principali campionati continua a diminuire, il divario infrastrutturale con le grandi potenze europee resta evidente e la sostenibilità economica di molte società rappresenta una criticità ormai cronica.

Si tratta di problemi che non possono essere risolti attraverso operazioni di immagine o cambiamenti cosmetici. Occorre una riforma organica che coinvolga settore giovanile, formazione tecnica, sostenibilità finanziaria, criteri di governance e rapporti istituzionali tra federazione, leghe e club.

È qui che la presidenza Malagò sarà chiamata alla prova decisiva.

L'esperienza maturata al CONI dimostra infatti una particolare attitudine alla mediazione istituzionale e alla costruzione di sintesi tra interessi differenti. Ma il calcio presenta peculiarità che lo rendono un terreno molto più complesso rispetto all'universo olimpico. Le pressioni economiche sono maggiori, il peso mediatico è incomparabile e le dinamiche di consenso risultano infinitamente più aggressive.

Per questo motivo il nuovo corso dovrà essere caratterizzato da alcuni principi irrinunciabili: trasparenza nei processi decisionali, chiarezza nelle nomine, indipendenza dalle logiche correntizie e assoluta imparzialità nella gestione dei rapporti tra le varie componenti del sistema.

La percezione di opacità che ha accompagnato diversi momenti della precedente gestione rappresenta infatti uno degli elementi che maggiormente hanno contribuito ad alimentare sfiducia e conflittualità. Un'istituzione federale moderna non può limitarsi a essere imparziale: deve anche apparire tale.

In questo senso, l'elezione di Malagò può essere letta come un'opportunità di discontinuità. Non necessariamente una rivoluzione, ma certamente la possibilità di ristabilire una cultura amministrativa fondata sulla credibilità delle procedure e sull'autorevolezza delle decisioni.

Il calcio italiano ha bisogno di recuperare competitività, ma prima ancora necessita di recuperare fiducia. Fiducia degli operatori, dei club, dei tesserati e dei tifosi. Fiducia nella capacità delle istituzioni di agire nell'interesse generale e non secondo logiche di appartenenza.

La sfida che attende Giovanni Malagò è probabilmente la più difficile della sua carriera. I successi ottenuti nel movimento olimpico gli garantiscono un credito iniziale importante, ma nel calcio i risultati si misurano rapidamente e il consenso si consuma con estrema velocità.

La speranza di molti è che questa nuova fase possa finalmente archiviare le polemiche che hanno accompagnato gli ultimi anni e inaugurare una stagione caratterizzata da maggiore equilibrio, maggiore trasparenza e una governance capace di restituire centralità al merito.

Perché il problema del calcio italiano non è mai stato soltanto vincere di più. È costruire un sistema credibile.

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