Igor Protti è morto: la malattia, la battaglia contro il tumore e l’addio all’ex bomber di Bari e Livorno
La morte di Igor Protti ha colpito profondamente il mondo del calcio italiano. L’ex attaccante di Bari e Livorno si è spento dopo aver combattuto contro una malattia oncologica, che lui stesso aveva annunciato pubblicamente nel 2025 definendola “uno sgraditissimo ospite”.
Protti, a 57 anni, aveva condiviso la notizia con i suoi follower in modo diretto ma riservato, rivelando di aver scoperto la malattia circa un mese prima e di aver già affrontato un primo intervento chirurgico. Aveva intrapreso un percorso terapeutico complesso, affrontando con coraggio cure e ulteriori interventi.
L’ex bomber di Bari e Livorno non aveva voluto specificare pubblicamente il tipo esatto di tumore, probabilmente per tutelare la propria privacy e quella della sua famiglia. Tuttavia, aveva parlato chiaramente di un percorso oncologico già iniziato e destinato a proseguire nei mesi successivi.
Nonostante la delicatezza della situazione, Protti si era mostrato combattivo e determinato, proprio come lo era in campo quando giocava, paragonando la malattia a una partita difficile:
“So che si poteva vincere o perdere, ma ce l’avevo messa tutta, come avevo sempre fatto”.
Negli ultimi mesi, Igor Protti aveva affrontato un lungo ciclo di cure post-operatorie con il sostegno della famiglia e della sua cerchia più stretta. Aveva dichiarato che sarebbe stato meno presente pubblicamente, ma aveva voluto informare chi lo seguiva da sempre con onestà e trasparenza, due tratti distintivi della sua persona.
Il suo messaggio aveva ricevuto migliaia di attestati di affetto da tifosi di tutta Italia, in particolare da Livorno, sua città d’adozione, dove Protti era sempre stato considerato una vera leggenda calcistica.

Il post pubblicato da Igor Protti aveva ricevuto oltre un migliaio di commenti, tutti carichi di affetto e incoraggiamento per l’ex campione della Serie A degli anni ’90 e 2000, che aveva indossato, tra le altre, anche le maglie di Bari e Lazio.
Molti messaggi avevano fatto leva sul suo carattere forte e combattivo, con frasi come:
“Così come combattevi in campo, sono sicuro che lo farai anche adesso…”, “Siamo tutti con te, grandissimo uomo e guerriero invincibile…”, oppure “Uomo vero, vincerai anche questa partita…”.
Questi messaggi avevano rappresentato la più sincera vicinanza a un uomo, prima ancora che a un ex calciatore, che si era fatto profondamente voler bene durante la sua carriera da giocatore.
Nel racconto della carriera di Igor Protti c’era un dato che da solo bastava a spiegare la sua unicità.
Insieme a Dario Hübner, era stato l’unico calciatore capace di laurearsi capocannoniere in Serie A, Serie B e Serie C1.
Non si trattava di un record casuale. Era il simbolo perfetto della sua carriera: Protti non era stato l’uomo di una singola stagione straordinaria, ma un attaccante che aveva saputo dominare categorie diverse, contesti diversi e squadre diverse.
Ancora più significativo restava il titolo di capocannoniere della Serie A conquistato con il Bari nella stagione 1995-96: 24 reti segnate nonostante la retrocessione della squadra.
Una statistica quasi assurda. Un paradosso che raccontava bene anche il suo modo di vivere il calcio: individualmente straordinario, ma sempre dentro il destino collettivo della squadra.
Per Protti il gol non era mai stato un esercizio di vanità. Era responsabilità.
La morte di Igor Protti chiudeva una pagina importante del calcio italiano, ma soprattutto raccontava qualcosa di più profondo della scomparsa di un ex attaccante. Protti non era stato soltanto un bomber da 226 gol in carriera, né solo il simbolo di piazze calde come Bari e Livorno.
Era stata una figura quasi irripetibile: un calciatore capace di diventare bandiera, leader, simbolo popolare e punto di riferimento umano senza essere mai davvero una star nel senso moderno del termine.
Con lui se ne andava anche un’idea di calcio che sembrava appartenere a un’altra epoca. Un calcio fatto di appartenenza, di maglie sudate, di legami veri con le città e con i tifosi.
Per questo la sua scomparsa non raccontava soltanto la perdita di un ex calciatore. Raccontava anche la nostalgia per un calcio più umano, più viscerale, più genuino. Un calcio in cui certi giocatori diventavano simboli eterni, ben oltre i numeri e le statistiche.