Le fotografie ufficiali mostrano sorrisi, strette di mano e dichiarazioni rassicuranti. Ma il vero retroscena del G7 di Evian è un altro e riguarda Donald Trump. Dietro i comunicati diplomatici e le parole di circostanza, i principali leader europei sembrano accomunati da una strategia tanto semplice quanto prudente: evitare qualunque scontro frontale con il presidente americano e attendere le elezioni di Midterm del prossimo anno.
A Parigi, Berlino e Bruxelles nessuno ha interesse ad aprire una guerra politica con la Casa Bianca. Non perché condividano tutte le posizioni dell'amministrazione Trump, ma perché ritengono che il quadro politico americano possa cambiare molto più rapidamente di quello europeo. Per questo motivo il vertice francese è stato caratterizzato da una parola d'ordine non scritta: resistere. Resistere alle pressioni americane sulla NATO, alle richieste di aumentare la spesa militare e a una visione delle alleanze occidentali sempre più sbilanciata a favore di Washington.
Il segnale più evidente è arrivato proprio dall'atteggiamento dei leader europei. Nessuno ha cercato lo scontro. Nessuno ha alzato i toni. Nessuno ha contestato apertamente il nuovo corso americano. Al contrario. Emmanuel Macron ha moltiplicato i gesti di cortesia istituzionale. Friedrich Merz ha evitato polemiche. Giorgia Meloni ha continuato a rivendicare il rapporto privilegiato con Washington. Dietro questa apparente armonia, tuttavia, si nasconde una valutazione molto concreta. Molti governi europei ritengono che Trump stia utilizzando NATO e G7 come strumenti per riaffermare la supremazia americana sugli alleati occidentali. Una linea che suscita preoccupazioni soprattutto in quei Paesi che vorrebbero un'Europa più autonoma sul piano strategico e militare. La conseguenza è una sorta di tregua armata. Si concede qualcosa oggi per evitare problemi maggiori domani.
In questo scenario si inserisce anche la missione americana del ministro della Difesa Guido Crosetto. L'incontro con il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha certificato un dato importante: Washington non intende ridurre la propria presenza militare in Italia. Anzi. Le basi americane presenti nella Penisola tornano a essere considerate essenziali per la proiezione strategica degli Stati Uniti nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Per Palazzo Chigi si tratta di una buona notizia. Dopo alcune tensioni emerse nei mesi scorsi tra Trump e Meloni, i rapporti bilaterali sembrano essere tornati su binari più stabili. Ma anche in questo caso il pragmatismo prevale sull'entusiasmo. A Roma sanno perfettamente che il vero equilibrio geopolitico potrebbe essere ridisegnato proprio dalle prossime elezioni americane.
È questo il punto che viene discusso con crescente attenzione nelle cancellerie occidentali. Se il Partito Repubblicano dovesse perdere il controllo della Camera dei Rappresentanti o del Senato, Donald Trump si troverebbe di fronte a un Congresso ostile e avrebbe molte più difficoltà a imporre le proprie priorità internazionali. Per l'Europa sarebbe una svolta. Non perché gli Stati Uniti smetterebbero di guidare l'Alleanza Atlantica, ma perché diminuirebbe la pressione esercitata dalla Casa Bianca sugli alleati.Molti governi europei sperano proprio in questo scenario. Non lo dichiarano pubblicamente, naturalmente. Sarebbe un'ingerenza negli affari interni americani. Ma nelle conversazioni riservate il ragionamento è sempre lo stesso: arrivare alle Midterm senza incidenti diplomatici e vedere cosa accadrà dopo.
La verità è che la partita non riguarda soltanto Trump. Riguarda il modello stesso di NATO che emergerà nei prossimi anni. Da una parte c'è la visione americana, che punta a un'Alleanza sempre più concentrata sull'Indo-Pacifico e sempre più funzionale agli interessi strategici degli Stati Uniti. Dall'altra ci sono molti governi europei che continuano a immaginare la NATO come una comunità di alleati e non come una struttura a comando unico. Per questo il vero retroscena del G7 di Evian non è stato scritto nei documenti finali del vertice. È rimasto confinato nei colloqui riservati, nei corridoi e nelle cene diplomatiche.Lì dove una parte dell'establishment europeo coltiva una speranza che nessuno può confessare apertamente: che le Midterm ridimensionino Trump e consentano all'Europa di tornare a trattare con una Casa Bianca meno dominante e più incline al compromesso.