Si è chiuso senza colpi di scena, con la condanna definitiva di tutti gli imputati, il processo per l'omicidio di Saman Abbas, la 18enne di origine pakistana uccisa nella primavera del 2021 a Novellara, in provincia di Reggio Emilia. Dopo il rinvio della decisione, inizialmente prevista per il 17 giugno scorso, i giudici della Corte di Cassazione hanno rigettato i ricorsi presentati dalle difese, confermando integralmente la sentenza d'Appello: i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen e i cugini Ikram Ijaz e Noman Ul Haq - ai quali lo scorso gennaio sono stati negati gli arresti domiciliari - dovranno scontare l'ergastolo. Mentre allo zio Danish Hasnain, che collaborò con gli inquirenti consentendo il ritrovamento del corpo della giovane, è stata confermata la condanna a 22 anni di reclusione.
Nel corso dell'udienza del 17 giugno, il procuratore generale Marco Dall'Olio aveva chiesto il rigetto dei ricorsi, definendo quella di Saman una "vicenda agghiacciante". E aveva ribadito la futilità dei motivi dell'omicidio, "organizzato nei minimi dettagli". Per i familiari, la giovane
aveva dichiarato. E ancora: "La volontà era di impartirle una lezione, non poteva decidere da sola della sua vita, non poteva avere una vita propria". Dell'Olio aveva inoltre sostenuto che
chiedendo così alla Suprema Corte di confermare integralmente le condanne. Richiesta che i giudici hanno accolto, rendendo definitive le pene inflitte nei precedenti gradi di giudizio.
Saman scomparve senza lasciare tracce nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021. A dare l'allarme, alcuni giorni dopo, fu il ragazzo che frequentava, Saqib Ayub, anch'egli originario del Pakistan, residente nel Frusinate.
Il giovane si mise in contatto con i carabinieri, riferendo che la 18enne - ospite di una comunità - era tornata a casa per riprendersi i documenti che le sarebbero serviti per partire insieme e costruirsi una nuova vita.
Solo nel novembre 2022 si sarebbe scoperto che in realtà la giovane era morta, uccisa e sepolta in una fossa scavata nei pressi dell'abitazione di famiglia. Fondamentali, per ricostruire la vicenda, i filmati di una telecamera di sorveglianza installata nella zona.
Ma anche la testimonianza del fratello della giovane, Ali Heider, all'epoca dei fatti minorenne. Il ritrovamento del corpo fu possibile grazie alle indicazioni fornite dallo zio, ritenuto dagli inquirenti l'esecutore materiale del delitto. I genitori sono stati arrestati tra il 2022 e il 2024 dopo essere fuggiti nel loro Paese d'origine.
Sia Shabbar che Nazia si sono sempre proclamati estranei ai fatti. Secondo i giudici che li hanno condannati, però, erano consapevoli di ciò che stava per accadere alla figlia - rea di aver rifiutato un matrimonio combinato - e l'avrebbero accompagnata incontro alla morte. Per entrambi la pena è quella dell'ergastolo.
Stessa condanna inflitta ai cugini, assolti in primo grado e condannati al massimo della pena in Appello. Per Danish, la pena è passata dai 14 anni inflitti in primo grado ai 22 confermati oggi dalla Cassazione.
ha dichiarato ai giornalisti, a margine dell'udienza, l'avvocato Maria Teresa Manente, responsabile dell'Ufficio legale di Differenza Donna e rappresentante di parte civile per l'Associazione. "La sua morte - ha aggiunto - non è stata un eccesso, un impulso, un 'incidente' di un contesto culturale lontano: è stata una punizione".