L'Ebola fa di nuovo paura: la notizia di nuovi focolai in Congo e di alcuni casi registrati in Uganda ha riacceso l’allerta sanitaria internazionale. Secondo gli ultimi dati aggiornati al 16 giugno 2026, sono oltre 800 i casi confermati nella Repubblica Democratica del Congo, con più di 100 decessi. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, il rischio di diffusione del virus in Europa resta basso.
Per fare chiarezza sulle modalità di trasmissione, sui sintomi, sulle terapie disponibili e sull’efficacia delle misure di contenimento, TAG24 ha intervistato la dottoressa Luisa Napolitano, anestesista e coordinatrice medica dell’Ospedale Italiano di Emergency a Freetown, Sierra Leone, che ha vissuto in prima persona l’epidemia del 2014 e ha seguito focolai successivi in Uganda.
L'Ebola, sottolinea la dottoressa Luisa Napolitano, non è una malattia trasmessa per via aerea. Si diffonde, infatti, tramite contatto diretto con le secrezioni corporee di una persona infetta, come saliva, sangue, lacrime e muco.
All’esordio i sintomi sono aspecifici e facilmente confondibili con altre malattie, in particolare la malaria: febbre, malessere generale, dolori addominali, nausea e vomito.
“All’inizio viene sottovalutata”, spiega la dottoressa Napolitano. "Con il trascorrere dei giorni, però, si manifesta un peggioramento importante di questi sintomi: il vomito e la diarrea diventano veramente imponenti, il mal di testa e i dolori articolari diventano intensi, finché non si manifesta una compromissione degli organi interni con quella che poi viene definita malattia emorragica".
L'emorragia - che si manifesta con occhi rossi, sanguinamento dalle gengive e da altre parti del corpo - è la sintomatologia finale della malattia. "Quando ormai la compromissione è molto grave ed è difficile recuperare", spiega la coordinatrice medica di Emergency.
Esistono diversi ceppi di Ebola: quelli che colpiscono l'uomo, sottolinea la dottoressa, sono tre. "Il ceppo Zaire ha coinvolto tutta la regione dell'Africa occidentale, quindi Sierra Leone, Guinea e Liberia. La diffusione è stata così importante che si sono verificate migliaia di vittime, più di 10mila, di cui 8mila solo qua in Sierra Leone: è particolarmente virulento e letale. Il ceppo che si sta diffondendo soprattutto in Congo è il Bundibugyo, che non è stato particolarmente frequente fino a ora".
Per il primo c'è un vaccino, per il secondo no. Nell'Ebola, spiega, vengono trattati i sintomi, in modo da prevenire i peggioramenti della malattia: non esiste però una terapia specifica contro il virus, sebbene si stiano sperimentando alcuni farmaci.
Non ci sono spiegazioni univoche dietro la sopravvivenza dei malati. "Chi sopravvive ha probabilmente una carica virale non altissima e il corpo umano è in grado di reagire: lo abbiamo visto anche con il Covid. Persone giovani e sane che sono state colpite in modo grave, e altre invece più anziane e compromesse, che se la sono cavata" sottolinea Napolitano.
L’iter di controllo ideale prevede l’identificazione rapida dei primi casi, la mappatura e l’isolamento dei contatti stretti per il periodo di incubazione di 21 giorni, per poi procedere con il test tramite prelievi ematici in caso di sintomi. "Ovviamente questo è il percorso ideale, che è difficile però da perseguire, soprattutto in paesi come il Congo, dove le problematiche sono tantissime", spiega la dottoressa. L’Uganda appare invece più preparata, dato che ha sviluppato un sistema di controllo molto più avanzato.
Secondo la dottoressa Napolitano, il rischio che l’epidemia si estenda in Europa e possa così arrivare anche in Italia, è basso. "Con l’allarme lanciato ormai a livello internazionale dall’OMS, i controlli sulle persone provenienti da questi paesi sono ormai molto efficaci”, afferma.
"C'è un 'trucco' che funziona con l'Ebola, ovvero la misurazione della febbre, sempre presente in un malato. Quindi un paziente che supera una temperatura di 37,5-37,8 viene immediatamente fermato e sottoposto ad accertamenti. Questo aiuta moltissimo il contenimento della diffusione".