L'11 giugno 2026, sulla calzada de Tlalpan, qualcuno ha posato a terra un cartone e ci ha acceso intorno delle candele. Sopra, una scritta a pennarello: "Non giocate col nostro dolore". Poche centinaia di metri più in là, dentro l'Estadio Ciudad de México, l'ex Azteca, la FIFA apriva la Coppa del Mondo 2026 e il Messico batteva il Sudafrica 2-0, gol di Julián Quiñones e Raúl Jiménez. Fuori, decine di madri tenevano in mano le foto dei figli che cercano da anni.
La marcia era partita il 10 giugno dalla stazione del Tren Ligero Registro Federal, nella alcaldía Coyoacán, e aveva ripreso l'indomani verso il colosso di Santa Úrsula. La guidava la Colectiva Glorieta de las y los Desaparecidos, e a guidarla erano in larga parte donne: in Messico chi cerca i desaparecidos sono soprattutto le madri. Volevano una sola cosa, che il mondo intero, puntato per novanta minuti su uno stadio, si voltasse di mezzo metro a guardare la fila di cartoni con i volti.
Mentre la nazionale di Javier Aguirre segnava, le madri gridavano «Messico campione di scomparsi». Una di loro, alle pendici dello stadio, lo ha urlato così: nessuno in Messico è al sicuro, ogni giorno scompare qualcuno, e c'è un governo che preferisce fare il Mondiale.
Da canto suo lo Stato ha risposto con il cordone. La cosiddetta «Última Milla», l'ultimo miglio blindato attorno al recinto, doveva tenere fuori chi non aveva il biglietto. Le madri e gli studenti normalisti sono stati trattenuti alla caseta di Tlalpan, la polizia ha impedito l'avanzata, ci sono stati fermi e spintoni.
La consigna che hanno scandito è un numero: «Ci mancano 133 mila». È la cifra del Registro Nacional de Personas Desaparecidas y No Localizadas, l'archivio della Segob che conta i desaparecidos del Paese: a fine 2025 erano 133.552. Sotto il governo di Claudia Sheinbaum il dato è cresciuto del 73,9% rispetto al periodo precedente, sempre secondo il registro.
A marzo 2026 il governo ha provato a ridimensionarlo. La titolare del Secretariado Ejecutivo, Marcela Figueroa Franco, ha presentato un conteggio «depurato» di 130.178 nomi, divisi in gruppi a seconda di quanti dati restino per cercarli. I collettivi lo leggono per quello che è: un modo per far smettere di pesare una cifra che pesa. A novembre 2025 Sheinbaum aveva negato la responsabilità dello Stato e si era detta in disaccordo con l'attivazione dell'articolo 34 della Convenzione contro le sparizioni forzate da parte del Comitato ONU.
La buscadora Yoltzi Martínez Corrales cerca la sorella Yatzil dal 27 aprile 2010, scomparsa nello stato di Guerrero. Sedici anni. È lei che ha guidato il gruppo capace di superare il cordone e arrivare sotto lo stadio. In intervista a Procesoha detto di sapere già che le avrebbero chiuso le porte, e di andare avanti lo stesso, per la sorella e per le compagne.
In casa di Olivia Rosales manca Ximena López Rosales, sparita il 16 ottobre 2025 a diciassette anni, vista l'ultima volta nella colonia Magdalena Petlacalco, mentre usciva a comprare qualcosa. In casa di Liliana Meza manca il figlio Carlos Maximiliano Romero Meza, prelevato da uomini armati il 22 ottobre 2020 a Guadalajara: da lì lei ha fondato il collettivo Luz de Esperanza.
E poi c'è José Alberto Gómez García, trentasei anni, un appassionato di calcio. Il 5 maggio 2024 è uscito per giocare al campo La Monumental, a Ecatepec. La partita è saltata, lui è rimasto con gli amici, poi è tornato verso casa da solo. Non è mai arrivato. Sua madre è andata sotto lo stadio con la nostalgia di un Mondiale che lui avrebbe amato e che non vedrà.
La ricerca in Messico ha una dimensione di genere che i numeri certificano. La Fundación para la Justicia, con Amnesty International e organismi dell'ONU, ha documentato almeno 22 cercatrici uccise tra il 2010 e il 2025: quindici erano madri di scomparsi, due sono a loro volta sparite. Articolo 19 registra il 2025 come l'anno più letale da quando la crisi è cominciata. Cercare un figlio, in Messico, è di per sé un'attività che può costare la vita.
L'11 giugno lo Stato ha schierato la polizia dove dovevano arrivare le madri. Sette giovani fermati alla puerta 8, sei agenti feriti, una donna di ventotto anni arrestata, un gruppo di circa duecento incappucciati che ha lanciato pietre e rovesciato veicoli. Dentro, l'inaugurazione era senza precedenti per un altro motivo: nessun capo di Stato sul palco, né Sheinbaumné Donald Trump né Mark Carney. Il banderazo lo hanno dato Gianni Infantino e Salma Hayek. La presidente aveva regalato il suo biglietto a una giovane indigena e ha seguito la gara da una zona tifosi fuori dal recinto.
Le madri intanto hanno contato fino a 43, come gli studenti di Ayotzinapa. Su una pancarta c'era scritto: "La palla torna a casa, e i nostri scomparsi quando?". Su un'altra: "Con le cercatrici fino alla finale". Lo stadio che ieri ha ospitato la sua terza inaugurazione mondiale è lo stesso davanti al quale, da quattro giorni, una fila di donne chiedeva di non essere usata come fondale. Il Mondiale è andato in onda lo stesso. Le candele sul cartone si sono spente da sole.