A Milano il centrodestra è impantanato nel derby tra gli appetiti di Ignazio La Russa e le resistenze di Giorgia Meloni. A Roma, invece, il problema è ancora più elementare: il candidato non c'è.
Mentre Roberto Gualtieri si muove già da sindaco uscente e da favorito della corsa, dalle parti di Fratelli d'Italia continuano a sfogliare una margherita che perde petali a ogni riunione. E più passano le settimane, più il partito della premier dà l'impressione di cercare non il candidato migliore, ma quello meno rischioso.
Perché il vero convitato di pietra non è Gualtieri. È la paura della sconfitta.
Per mesi il nome di Arianna Meloni ha aleggiato nei corridoi di via della Scrofa come una suggestione capace di compattare il partito. La sorella della presidente del Consiglio conosce la macchina di FdI, gode di consenso interno e rappresenterebbe un'investitura diretta della famiglia politica meloniana.
Ma proprio qui nasce il problema.
Perché una candidatura di Arianna sarebbe automaticamente letta come una sfida personale della premier. E perdere Roma significherebbe trasformare una competizione amministrativa in una sconfitta politica nazionale.
Tra i dirigenti di FdI il ragionamento è semplice: perché rischiare? Anche perché, sussurrano alcuni colonnelli del partito, la battaglia del Campidoglio richiede una vocazione da gladiatore che non appartiene particolarmente ad Arianna Meloni.
Tradotto dal politichese: la sorella della premier non ha alcuna intenzione di infilarsi in una corsa dove il premio è incerto e il conto da pagare potrebbe essere salatissimo.
Chi invece non ha mai smesso di crederci è Fabio Rampelli.
L'ex mentore politico delle sorelle Meloni considera il Campidoglio una missione quasi naturale. Conosce Roma, ne frequenta i quartieri da decenni e ritiene di avere il profilo giusto per contendere la città al centrosinistra.
Il problema è che dentro FdI il suo nome divide.
C'è chi lo considera il candidato più politico e identitario. E chi teme che una sua corsa finisca per riaprire vecchie fratture interne mai del tutto sanate. Per questo la sua auto-candidatura continua a galleggiare, senza affondare ma senza nemmeno decollare.
Ed è qui che entra in scena Roberta Angelilli.
La vicepresidente della Regione Lazio si sta ritagliando il ruolo della candidata che mette tutti d'accordo. Meno divisiva di Rampelli, più amministrativa che ideologica, forte dell'esperienza maturata tra Bruxelles e Regione.
Nelle ultime settimane il suo nome ha ripreso quota. Tanto che alcuni dirigenti immaginano perfino una formula a due, un ticket capace di tenere insieme le diverse anime del partito.
Per ora è solo un'ipotesi. Ma è significativa del clima che si respira nel centrodestra romano: nessuno ha ancora trovato la soluzione e tutti cercano una mediazione.
Come se non bastasse, sullo sfondo incombe Roberto Vannacci.
L'ex generale ha già annunciato che schiererà un proprio candidato, aprendo un fronte potenzialmente insidioso per il centrodestra tradizionale. E il passaggio dell'ex leghista Antonio Maria Rinaldi nell'orbita vannacciana ha acceso più di una spia nel quartier generale di Salvini.
Morale della favola: mentre Gualtieri corre, FdI riflette. Mentre Vannacci recluta, il centrodestra tratta. E mentre gli aspiranti candidati si studiano in silenzio, Giorgia Meloni continua a prendere tempo.
Perché a Roma il problema non è scegliere chi può vincere. Il problema è trovare qualcuno disposto a rischiare di perdere.