10 Jun, 2026 - 17:42

Salvini sotto assedio il Nord si ribella: Viminale subito, terzo mandato e stop all’effetto Vannacci

Salvini sotto assedio il Nord si ribella: Viminale subito, terzo mandato e stop all’effetto Vannacci

Altro che riunione organizzativa. Altro che confronto interno. Nella sala della Camera il consiglio federale della Lega si è trasformato in un processo politico a Matteo Salvini. Non una sfiducia, per carità. Nessuno ha pronunciato la parola proibita. Ma il messaggio recapitato al segretario è stato persino più pesante: così non si può andare avanti.
Il malessere covava da mesi e alla fine è esploso. I governatori del Nord, i capigruppo parlamentari, gli amministratori che ancora presidiano il territorio hanno presentato il conto. La fotografia che vedono è impietosa: una Lega schiacciata tra Giorgia Meloni, che occupa il centro della scena di governo, e Roberto Vannacci, che intercetta il voto identitario e protestatario.
In mezzo, il partito di Salvini rischia di diventare terra di nessuno.
Da qui il ragionamento, ripetuto più volte durante le quasi tre ore di confronto: se Meloni presidia Palazzo Chigi e Vannacci monopolizza le battaglie ideologiche, la Lega deve tornare a fare la Lega. Territorio, autonomie, amministratori, Nord produttivo. Un ritorno alle origini che somiglia a una bocciatura della linea seguita negli ultimi anni.


Il Viminale come ultima carta per rilanciare la leadership


La richiesta più clamorosa emersa dal vertice riguarda proprio Salvini. Secondo il fronte nordista il leader deve uscire dall’angolo in cui si è cacciato e riconquistare centralità politica.
Come? Tornando al Viminale.
Non nel prossimo governo. Adesso.
Dietro la richiesta c’è una valutazione molto concreta. Le Infrastrutture garantiscono visibilità limitata e dividendi politici modesti. L’Interno, invece, è il ministero che ha costruito la popolarità del Capitano e che potrebbe consentirgli di recuperare terreno rispetto agli alleati e ai concorrenti interni all’area sovranista.
Per ora Salvini ascolta e prende nota. Non chiude la porta ma nemmeno apre. Eppure molti dirigenti considerano inevitabile una verifica politica con Meloni. Perché il vero problema, sostengono, non è soltanto la comunicazione. È la collocazione della Lega dentro un governo percepito come sempre più centralista e sempre meno attento alle istanze storiche del Carroccio.


Zaia detta la linea: terzo mandato e rivoluzione territoriale


A guidare la controffensiva è Luca Zaia. L’ex governatore veneto non alza i toni ma detta le condizioni.
La prima riguarda il modello organizzativo. Il Veneto sogna una Lega a doppia anima, nazionale e territoriale, sul modello bavarese. Una struttura che restituisca peso politico agli amministratori del Nord e che impedisca la dispersione del consenso locale.
La seconda riguarda il terzo mandato. Per governatori e dirigenti settentrionali è una battaglia identitaria. Rappresenta il simbolo di una politica radicata nei territori contro le logiche romane dei partiti nazionali.
La terza è forse la più delicata: fermare la nuova legge elettorale che, secondo molti leghisti, rischia di consegnare a Meloni il ruolo esclusivo di arbitro delle candidature e degli equilibri futuri. Nei corridoi del partito il sospetto è che il nuovo sistema possa ridurre ulteriormente il peso delle roccaforti del Nord.
Ecco perché il consiglio federale ha assunto i contorni di un campanello d’allarme. Salvini resta leader, nessuno oggi appare in grado di sostituirlo. Ma la pazienza della classe dirigente territoriale si sta assottigliando.
Il messaggio arrivato oggi è semplice quanto brutale: o la Lega torna protagonista oppure rischia di essere risucchiata tra il melonismo di governo e il vannaccismo d’opposizione. E in politica, come insegnano i vecchi leghisti, non c'è destino peggiore dell'irrilevanza.

LEGGI ANCHE