La libertà di stampa oggi ha avuto un volto preciso: quello delle decine di giornalisti, attivisti e rappresentanti delle associazioni che si sono ritrovati davanti al Tribunale del Lavoro di Roma per seguire la prima udienza del caso che vede contrapposti Gabriele Nunziati e Agenzia Nova. Un presidio nato per sostenere il giornalista, ma che ben presto ha assunto un significato più ampio. Tra gli interventi e gli striscioni esposti, il messaggio era chiaro: difendere il diritto di informare significa difendere un pezzo di democrazia.
A promuovere la mobilitazione sono state Amnesty International Italia, Articolo 21, Fnsi, Rete NoBavaglio, Stampa Romana e Usigrai, insieme a numerosi professionisti dell'informazione che hanno scelto di essere presenti.
La vicenda al centro dell'udienza ruota attorno all'interruzione del rapporto di collaborazione tra Nunziati e Agenzia Nova. Tutto è iniziato dopo una domanda posta dal giornalista durante una conferenza stampa della Commissione europea sulle responsabilità di Israele nella ricostruzione della Striscia di Gaza lo scorso anno.
“La libertà del giornalista, la tutela dei freelance e dei giovani tutto questo è nell’agenda del sindacato” ha spiegato il segretario di Stampa Romana, Stefano Ferrante presente al presidio di oggi “non c’è democrazia senza libertà di stampa”.
"Aver reagito a quella domanda con un licenziamento è un attacco alla libertà di stampa" spiega il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury, in relazione al caso Nunziati "non esistono domande sbagliate".
Sarà la giustizia a fare chiarezza sui fatti, ma per molti dei presenti il punto va oltre l'esito del procedimento. La questione riguarda il ruolo stesso del giornalismo: la possibilità di fare domande, anche quando toccano temi sensibili o politicamente controversi. È questo aspetto ad aver spinto tanti colleghi a manifestare solidarietà, nella convinzione che la libertà di stampa si misuri soprattutto nei momenti in cui viene messa alla prova.
“Ci sarà un’altra udienza tra qualche giorno, non si è ancora deciso nulla” ha spiegato Nunziati dopo l’udienza.
Chi ha preso la parola durante la mattinata ha richiamato più volte le difficoltà che attraversano il settore. Non soltanto le pressioni esterne, ma anche la precarietà che caratterizza gran parte del lavoro giornalistico. Contratti instabili, collaborazioni discontinue e scarse tutele rendono spesso più difficile esercitare la professione con serenità e indipendenza. In questo contesto, episodi come quello che coinvolge Nunziati vengono percepiti come segnali di un disagio più profondo.
“Sono dati sempre più preoccupanti, credo che sia anche colpa delle ingerenze della politica e del precariato” spiega il giornalista a Tag24 “Quando sei pagato così poco non puoi fare giornalismo di qualità e avere soprattutto tutele”.
La sensazione condivisa da molti è che gli spazi per un'informazione libera e critica si stiano restringendo, alimentando timori che riguardano non soltanto i giornalisti, ma la qualità stessa del dibattito pubblico.
Le preoccupazioni espresse oggi a Roma trovano conferma anche nei numeri. L'Italia continua infatti a perdere terreno nella classifica mondiale sulla libertà di stampa elaborata da Reporters Without Borders. Nel 2026 il Paese è sceso al 56° posto, proseguendo una discesa che negli ultimi anni appare costante. Dietro questo arretramento ci sono fattori diversi: dalle pressioni politiche alle querele temerarie, passando per le difficoltà economiche che interessano il settore dell'informazione.
Per questo la mobilitazione di oggi non è stata soltanto un gesto di vicinanza a un collega. È stata anche l'occasione per ricordare che la libertà di stampa non riguarda esclusivamente chi lavora nelle redazioni. Riguarda il diritto di ogni cittadino ad avere accesso a un'informazione indipendente, pluralista e capace di porre domande, soprattutto quando risultano scomode.
“A livello europeo sono state anche approvate leggi” spiega Nunziati “le problematiche sono però più subdole e dipende anche da come la politica racconta i fatti, tutto va a impattare su come gli eventi vengono raccontati”.