Il cinema di Max Walker-Silverman, il trentatreenne regista statunitense, ha molto in comune coi paesaggi che sceglie. È come se attraverso le immagini contemplative di una natura immersiva volesse trasmettere il malinconico percorso interiore che affrontano i suoi personaggi. Le sue opere, nel bene e nel male, non appartengono a quel genere di film che si fanno spazio nel mercato cinematografico urlando le loro storie a gran voce. Piuttosto, in entrambi i suoi lungometraggi, per arrivare al cuore delle cose, pare che anche lo spettatore debba affrontare un processo di riflessione intimo e sussurrato al fianco dei protagonisti. E se nella sua prima pellicola A Love Song (2022) ci racconta delicatamente l’ideazione di un amore romantico tra due vecchi amanti che si rincontrano durante la terza età, nel suo secondo lavoro Rebuilding – Come l'acqua per il fuoco (2025) i sentimenti si spostano sul ritrovato legame tra un padre e una figlia.
Dusty (Josh O'Connor) ha circa trent’anni ed è un allevatore di bovini in Colorado. Ha ereditato il suo ranch dai genitori, entrambi defunti. Ha una figlia ancora piccola di nome Callie-Rose (Lily LaTorre), con la quale non ha più rapporti, avuta dall’ex moglie Ruby (Meghann Fahy). Lei e Dusty sono cresciuti insieme e si sono fidanzati quando avevano dodici anni, ma qualcosa tra di loro si è incrinato irrimediabilmente. Ruby adesso ha un altro compagno, col quale sta crescendo Callie-Rose. Ma a causa di un violento incendio boschivo Dusty ha perso la sua proprietà, la casa e il bestiame. Costretto a trasferirsi in un camper all’interno di un rifugio temporaneo con altri sfollati, mentre decide cosa fare di se stesso, tenta di ricucire il legame con sua figlia, convinto che sia l’ultima occasione, prima di andarsene via per sempre.
La sceneggiatura, scritta anch’essa da Max Walker-Silverman, prende ispirazione diretta dalla vita del regista: cresciuto in Colorado, qualche anno fa sua nonna ha perso la propria dimora a causa di un violento incendio boschivo. Ma se l’evento è stato il punto di partenza per il soggetto del film, i mesi a seguire hanno delineato la traccia per il nodo centrale dello sviluppo narrativo. Sì, perché osservare il mancato supporto da parte delle istituzioni e di contro il grande sostegno che si è venuto a creare tra le vittime, che si sono supportate a vicenda, tessendo un’unione compatta, ha fatto scattare in lui la scintilla definitiva.
In Rebuilding – Come l'acqua per il fuoco non c’è una spettacolarizzazione voyeuristica delle fiamme che distruggono, inghiottendo tutto come la bocca dell’inferno. Non è un’opera di intrattenimento macabro. La macchina da presa subentra a giochi fatti, quando il fuoco si è già spento e i corpi degli animali carbonizzati sono stati smaltiti; quando la cenere e gli alberi bruciati sono già un triste ricordo, seppur recente. Non ci sono gli elicotteri dei soccorsi che lanciano galloni d’acqua dall’alto, il rumore delle sirene o le urla di chi scappa. Le battute iniziali non partono dall’emergenza chiassosa, ma dal silenzio desolante che lascia un lutto e nel quale piomba una coscienza rassegnata.
Dusty, anche se ormai sembra aver perso ogni speranza, in cuor suo sogna un giorno di poter ricostruire il ranch. Ma l’idealizzazione di una (im)possibile ricostruzione immobiliare non è altro che la metafora di una necessità dell’anima di rinsaldare i rapporti con la figlia Callie-Rose e di scoprire il vero scopo della sua stessa esistenza. Rebuilding – Come l'acqua per il fuoco è una piacevole pellicola contemplativa, che si sviluppa sullo sfondo dei meravigliosi paesaggi del Colorado. 3,5 stelle su 5.