C'è un'immagine passata per un attimo sugli schermi della Rai, alla fine di Grecia-Italia 0-1, che potrebbe diventare il fotogramma più potente e simbolico di questa strana estate del calcio italiano. Sei ragazzi con la maglia azzurra – Ahanor, Ndour, Koleosho, Fini, Mane ed Ekhator – si mettono in posa per una foto-ricordo spontanea, sorridente, orgogliosa. Poi la regia stacca, trascurando un'istantanea troppo forte e diversa dall'iconografia classica. Eppure, quella foto cattura l'essenza di una domenica straordinaria, evocativa e giovane per lo sport italiano. Sì, perché mentre l'Italia celebrava il trionfo di Kimi Antonelli a Montecarlo in F1, la finale di Cobolli al Roland Garros e il trionfo dell'Under 17 campione d'Europa, la Nazionale sperimentale guidata ad interim da Silvio Baldini lanciava segnali molto significativi da un'amichevole che, sia chiaro, non potrà essere neanche accarezzata dall'aggettivo "indimenticabile". Però non deve diventare "dimenticabile" o "dimenticata" dalla politica del pallone.
Il primo messaggio arriva dalla panchina. Silvio Baldini, arrivato al termine del suo mandato settimanale, ha dimostrato sul campo cosa significhi avere coraggio, visione e un po' di sana follia. Questa squadra ha giocato senza paura, ha vinto grazie al solito gol di Pio Esposito e ha digerito persino l'espulsione del debuttante Reggiani senza scomporsi. Baldini ha dimostrato autorevolezza e credibilità che oggi lo renderebbero un gradevole CT anche per la Nazionale maggiore. Ma il populismo dei social che ne chiede la conferma si scontra con la realtà della politica federale. Baldini non verrà scelto, e forse il motivo sarà anche opportunistico: è un'opzione troppo impegnativa. Se fallisce un allenatore dal grande nome e dall'ingaggio milionario, la colpa è solo sua; se sbaglia un visionario rustico e poco malleabile come Baldini, la colpa ricade sul vertice che lo ha scelto. Più conveniente rifugiarsi nell'usato sicuro, come si diceva una volta.
La vittoria contro la Grecia – che, per quel poco che vale, nel ranking Fifa occupa il posto numero 47 contro il 65 della Bosnia che ci ha fatto fuori dai Mondiali – smonta definitivamente l'alibi della "mancanza di materia prima". Il successo in trasferta acuisce la rabbia: la base del calcio italiano è viva, vegeta e di ottimo livello, capace di imporsi su campi dove i "grandi" hanno fallito. Il problema strutturale non sono i giovani, né gli stage mancati, ultimi arrivati nel volatile elenco delle scuse accampate dall'ex presidente federale Gravina, mentre i veri colpevoli del disastro sono i vertici e le gestioni tecniche passate, per l'incapacità di convocare i giocatori più in forma (Zaniolo, Bernardeschi, Fagioli, Ruggeri) che forse avrebbero turbato il "circoletto" azzurro imbandito nelle cene di Gattuso e Bonucci. E poi, va detto e ridetto, il fallimento azzurro affonda le radici in una Federazione che ha messo in primo piano il percorso personale di Gravina in Uefa, a scapito del rapporto con la Fifa.
C'è poi un paradosso tutto italiano da smascherare. Non è vero che i nostri giovani non trovano spazio in Serie A perché non sono pronti: il problema è che per crescere e imporsi devono scappare. Stiamo assistendo alla nascita di una generazione di "cervelli in fuga" applicata al calcio. Ragazzi cresciuti nei nostri settori giovanili che trovano fiducia, minuti e centralità all'estero, tra Premier League e Bundesliga, mentre i nostri club preferiscono guardare altrove. Eppure, quando vestono l'azzurro, dimostrano una coesione e un senso d'appartenenza straordinari. Esultano e tremano per una vittoria amichevole in Grecia, come se fosse la finale di un Mondiale. Un patrimonio che il nostro sistema continua a disperdere...
Infine, si torna al significato politico di quei sei ragazzi in posa. Sei italiani di seconda generazione, che per la maglia azzurra danno tutto e che non vengono nemmeno sfiorati dai dibattiti politici su "remigrazione" e allegati vari. Però il dubbio affiora: l'immagine che dura un attimo è la sintesi di "io speriamo che me la cavo" e... non se n'è accorto nessuno? Invece c'è chi se n'è accorto, per esempio il giornalista Fabrizio Bocca su Facebook. Guardatela bene quella foto, anche se hanno provato a nasconderla: è il ritratto di un'Italia che c'è già e che, mal che vada, non farà peggio di chi l'ha preceduta. In tutti i sensi.