07 Jun, 2026 - 09:00

Perché siamo diventati feticisti della morte? Quando la vittima diventa "personaggio"

Perché siamo diventati feticisti della morte? Quando la vittima diventa "personaggio"

C'è un dato che racconta meglio di qualsiasi teoria ciò che sta accadendo in Italia: il crimine non è più soltanto una notizia. È diventato un'industria culturale.

Lo troviamo ovunque. Nei podcast che dominano le classifiche di ascolto, nelle serie che monopolizzano le piattaforme streaming, nei libri che occupano stabilmente gli scaffali delle librerie e nei programmi televisivi che da decenni continuano ad attirare milioni di spettatori.

Il delitto è diventato intrattenimento, il mistero una forma di consumo culturale e la cronaca nera una delle narrazioni più potenti del nostro tempo.

Secondo l'ultimo rapporto dell'Associazione Italiana Editori, il mercato di gialli, thriller e horror è passato da 97,2 milioni di euro nel 2019 a 111,9 milioni nel 2024. Quasi tre milioni di italiani leggono abitualmente romanzi di genere.

Nel frattempo podcast come "Elisa True Crime" e "Indagini" sono diventati fenomeni nazionali, mentre docuserie dedicate ai casi di Emanuela Orlandi, Yara Gambirasio, Sarah Scazzi, Meredith Kercher o Melania Rea continuano a generare ascolti e discussioni.

La domanda, però, non è quanto il crime venda. La domanda è un'altra: perché non riusciamo a smettere di guardare il male?

Il boom economico del crime: quando il delitto diventa mercato

Ogni epoca ha avuto le proprie ossessioni. La nostra sembra aver trovato nella cronaca nera un linguaggio universale.

I numeri raccontano una crescita costante. Libri, podcast, docuserie, fiction, programmi televisivi e persino tour teatrali basati su casi di cronaca hanno creato un ecosistema economico che vive di misteri, processi e ricostruzioni investigative.

Il successo di autori come Piergiorgio Pulixi, Maurizio De Giovanni e Alessandro Robecchi testimonia come il genere non sia più una nicchia ma uno dei pilastri dell'editoria italiana. Ma sarebbe un errore pensare che tutto questo nasca soltanto dall'intrattenimento.

Da sempre l'essere umano è attratto dalle storie che riguardano la morte. Le esecuzioni pubbliche nel Settecento attiravano folle immense. Nell'Ottocento i giornali serializzavano omicidi e processi trasformandoli in eventi popolari.

Jack lo Squartatore divenne un fenomeno mediatico globale ben prima dell'invenzione della televisione. La differenza è che oggi il racconto non finisce mai.

Un caso di cronaca può generare anni di contenuti arricchendosi con nuove testimonianze e indizi riesaminati e tornati alla luce, che alimentano le discussioni online e fanno risalire il caso alla ribalta. La morte è diventata seriale. E il mercato lo ha capito prima di chiunque altro.

Podcast: il delitto in cuffia e l'illusione della vicinanza

Se esiste un medium che ha cambiato il rapporto tra pubblico e cronaca nera, quello è il podcast.

Per decenni il delitto è stato raccontato dalla televisione attraverso servizi, speciali e talk show. Oggi entra direttamente nelle cuffie delle persone. Ma c'è una differenza sostanziale: la televisione è collettiva, il podcast è intimo.

La voce di chi racconta accompagna il pubblico mentre guida, corre, cucina o torna a casa. Si crea un rapporto di fiducia che rende la storia più vicina, più umana e più coinvolgente. Non si assiste semplicemente a una ricostruzione: si ha la sensazione di partecipare all'indagine.

È probabilmente questo uno dei motivi per cui il true crime domina le classifiche audio. L'omicidio diventa una narrazione a episodi, costruita con cliffhanger, colpi di scena e dettagli che mantengono viva l'attenzione.

In altre parole, il delitto è diventato binge listening. Non molto diverso da ciò che Netflix ha fatto con le serie TV. Solo che questa volta la storia è reale.

Ma il successo del true crime in formato audio affonda le sue radici anche in un meccanismo psicologico più profondo: la simulazione del pericolo. Gli esseri umani sono naturalmente attratti dalle storie che permettono di esplorare situazioni rischiose senza subirne le conseguenze.

È lo stesso principio che ci porta a guardare film horror o leggere thriller. Il podcast crime offre una sorta di palestra mentale in cui osservare il male da una distanza di sicurezza.

A rendere il fenomeno ancora più potente è la struttura stessa del mezzo. A differenza della televisione, il podcast lascia spazio all'immaginazione. Non mostra immagini cruente né ricostruzioni visive: è l'ascoltatore a costruire mentalmente scene, ambientazioni e personaggi.

Non è un caso che molti dei podcast crime più seguiti adottino uno stile narrativo quasi confidenziale. La voce del narratore assume il ruolo di guida, investigatore e talvolta persino confidente. Si crea così una relazione parasociale, unilaterale ma emotivamente significativa.

Il fenomeno non riguarda soltanto l'Italia. Negli Stati Uniti il podcast "Serial", dedicato al caso di Adnan Syed, è considerato il punto di svolta che ha trasformato il true crime in un fenomeno globale.

Dal 2014 ha superato centinaia di milioni di ascolti e dimostrato che una vicenda giudiziaria reale poteva essere raccontata con le stesse dinamiche narrative di una serie televisiva di successo. Da allora il modello si è diffuso ovunque.

In Italia, podcast come "Indagini" di Stefano Nazzi ed "Elisa True Crime" hanno intercettato un pubblico trasversale, capace di spaziare dagli appassionati di cronaca agli ascoltatori più giovani cresciuti nell'ecosistema delle piattaforme digitali.

Il risultato è che il delitto non viene più consumato soltanto come notizia. Diventa compagnia quotidiana, argomento di conversazione, esperienza condivisa sui social e, in alcuni casi, persino elemento identitario. Non si ascolta più soltanto una storia: si entra a far parte di una comunità.

Quando la vittima diventa personaggio

È qui che il fenomeno diventa davvero interessante. E forse anche inquietante. Molti dei casi che oggi alimentano podcast, serie e documentari hanno un elemento in comune: le vittime continuano a vivere nello spazio pubblico attraverso la loro rappresentazione mediatica.

Yara Gambirasio, Sarah Scazzi, Meredith Kercher, Elisa Claps, Emanuela Orlandi. Per milioni di persone questi nomi non evocano più soltanto una persona reale, ma una storia. Un racconto. Un universo narrativo.

Le immagini vengono riproposte all'infinito. Le testimonianze vengono montate e rimontate. Le ricostruzioni assumono forme sempre nuove. La vittima diventa protagonista di una narrazione collettiva che continua anche molti anni dopo il fatto.

Questo processo non nasce con Netflix. Già negli anni Sessanta e Settanta la stampa popolare trasformava alcuni delitti in veri e propri romanzi a puntate. La differenza è che oggi gli archivi digitali impediscono alle storie di scomparire: l'algoritmo le tiene in vita.

Ogni nuova serie riaccende l'interesse. Ogni anniversario produce nuovi contenuti. Ogni dettaglio viene riscoperto e rilanciato. La vittima contemporanea non appartiene più soltanto alla memoria dei familiari o alla storia giudiziaria. Diventa un elemento permanente dell'immaginario collettivo.

Ed è qui che emerge una domanda scomoda: stiamo cercando la verità o stiamo consumando una storia?

Perché il true crime piace soprattutto alle donne?

Uno degli aspetti più sorprendenti del true crime riguarda il suo pubblico.

Numerose ricerche internazionali mostrano che una quota significativa degli ascoltatori e delle spettatrici di contenuti crime è composta da donne. Una realtà che ha spesso generato interpretazioni superficiali e stereotipi.

La spiegazione più accreditata è però molto diversa.

Per molte donne il true crime rappresenta uno strumento di comprensione del rischio. Un modo per riconoscere dinamiche di violenza, manipolazione e pericolo che fanno parte dell'esperienza quotidiana. Non semplice curiosità morbosa, ma una forma di alfabetizzazione emotiva e sociale.

Nel frattempo, però, il sistema digitale amplifica il fenomeno. Le piattaforme premiano i contenuti che trattengono l'attenzione. Mistero, suspense e paura sono ingredienti perfetti per mantenere alto il coinvolgimento.

Più si guarda crime, più il crime viene suggerito. Più si ascoltano storie di delitti, più l'algoritmo ne propone altre. È così che il crimine smette di essere un evento eccezionale e diventa un ambiente narrativo permanente.

Tra paura, controllo e litimi etici del genere

Resta allora una questione aperta.

Il true crime può certamente informare, ricostruire, preservare la memoria e persino aiutare a comprendere fenomeni sociali complessi. Ma quando la sofferenza reale viene trasformata in prodotto culturale, il confine tra approfondimento e spettacolo diventa inevitabilmente sottile.

Forse la vera domanda non è perché ci piacciano le storie di crimini. Forse la domanda è un'altra.

Che cosa racconta di noi una società che ascolta omicidi per rilassarsi, guarda docuserie sulla morte per intrattenersi e trasforma le vittime in personaggi che continuano a vivere, episodio dopo episodio, stagione dopo stagione?

La crime mania non parla soltanto dei delitti che consumiamo. Parla soprattutto di noi.

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