E sei. Con ieri, siamo a sei archiviazioni. Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri non hanno nulla a che vedere con gli attentati mafiosi del 1993. Né la nascita di Forza Italia fu indotta e agevolata dalle famiglie della Cupola siciliana.
Lo conferma, ancora una volta, la giustizia italiana con, appunto, la sesta archiviazione in oltre trent'anni di indagini.
Il Gip del Tribunale di Firenze, Patrizia Martucci, ha disposto l'archiviazione delle accuse nei confronti di Dell'Utri, indagato nell'ambito dell'inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi di mafia del 1993, mentre la posizione di Berlusconi è stata già archiviata nel giugno 2023 a seguito della sua morte.
Secondo la giudice, "mancano elementi concreti su contatti o su rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell'Utri, stretto collaboratore di Berlusconi".
Il decreto di archiviazione è stato firmato lo scorso 15 gennaio, ma la notizia è uscita solo ieri a seguito di un controllo degli avvocati di Dell'Utri sul portale "deposito atti penali".
L'inchiesta della Dda fiorentina sulle stragi mafiose del 1993 di Firenze, Milano e Roma vedeva coinvolto l'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il suo collaboratore storico Marcello Dell'Utri.
L'ipotesi degli inquirenti era che la campagna stragista fosse finalizzata a favorire l'affermazione politica di Forza Italia e l'ascesa del Cavaliere.
Dell'Utri è stato indagato con l'accusa di aver istigato il boss mafioso Giuseppe Graviano a organizzare la campagna stragista, svolgendo un ruolo di "indicatore dei luoghi" dove effettuare gli attentati.
Per la prima volta nella storia, la mafia piazzò delle bombe anche in luoghi simbolo del patrimonio artistico e culturale italiano come la Galleria degli Uffizi, la chiesa di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma. A gennaio 1994 tentò una strage anche nei pressi dell'Olimpico in occasione di una partita.
Il bilancio di quella stagione stragista fece 10 morti e decine di feriti, oltre che danni inestimabili al patrimonio culturale.
I processi che si aprirono portarono a una ventina di condanne per i mafiosi, da Totò Riina a Leoluca Bagarella, da Filippo e Giuseppe Graviano a Matteo Messina Denaro.
Ma Berlusconi e Dell'Utri, sebbene messi alla sbarra per oltre trent'anni, con loro non c'entrano nulla.
La difesa di Dell'Utri ha sempre definito quest'ipotesi "fantasiosa", contestando l'attendibilità dei collaboratori di giustizia che l'hanno messo nei guai insieme all'ex premier e sottolineando la mancanza di riscontri.
Ora, proprio questa mancanza di prove è stata confermata dal Gip.
Nel provvedimento di appena sei pagine si legge:
Dell'Utri ha subito una condanna definitiva a 7 anni (4 dei quali trascorsi in carcere dal 2014) per un altro procedimento: quello che l'ha visto soccombere per concorso esterno in associazione mafiosa in quanto dagli anni Settanta al 1992 avrebbe protetto Berlusconi dalle ingerenze delle famiglie mafiose.
La sesta archiviazione di Berlusconi e Dell'Utri potrebbe non bastare per mettere una pietra tombale sul caso del presunto legame tra la stagione stragista della mafia e la nascita di Forza Italia.
Scaduto il tempo concesso dal codice, inquirenti e giudice si sono arresi, come nelle occasioni precedenti, perché "allo stato" non ci sono elementi sufficienti per "una ragionevole previsione di condanna".
Un processo senza prove porta ad assoluzioni irrevocabili. Così, invece, con la richiesta di archiviazione da parte del Gip, a fronte di nuovi indizi, l'indagine per una strage si può sempre riaprire.
Ma tant'è: contano quelli che ad oggi sono i fatti. Così, è lecito chiedersi quanto siano costati questi trent'anni di indagine anche sotto l'aspetto politico.
La premier Giorgia Meloni ha commentato l'archiviazione definendola "l'ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile":
Marina Berlusconi, primogenita dell'ex presidente del Consiglio ha parlato invece di "emergenza della giustizia":