Vi è una particolare figura che attraversa il nostro tempo mediatico con la leggerezza di chi pretende di interpretare il ruolo della coscienza collettiva senza averne sostenuto il peso, ne tantomeno senza averne lo spessore culturale. È il professionista dell'indignazione selettiva (prove "autorevoli" proprio nei giorni della Festa della Repubblica), l'interprete occasionale delle grandi cause del momento, il dispensatore seriale di virtù che trasforma ogni questione complessa in un esercizio di autopromozione pubblica.
Un giorno la parola d'ordine è il femminismo, il giorno successivo l'antifascismo, poi è il turno dell'antimilitarismo, dell'inclusione, della sostenibilità o di qualunque altra bandiera ideologica capace di garantire visibilità, consenso facile e una rassicurante patente morale. Le cause cambiano, il meccanismo resta immutato: non la ricerca della verità, ma la ricerca dell'applauso.
La società dello spettacolo ha elevato a sistema questa dinamica. L'impegno non è più una scelta gravosa che comporta studio, sacrificio e talvolta impopolarità. È diventato una performance. Conta meno la profondità dell'argomentazione che la sua spendibilità mediatica, meno la coerenza che la viralità, meno la conoscenza che la capacità di occupare il centro della scena.In tale contesto, il buonismo assume una forma particolarmente insidiosa. Non si presenta come autentica compassione né come sincera tensione etica, si manifesta piuttosto come una merce simbolica a basso costo, facilmente acquistabile e immediatamente esibibile. È sufficiente aderire alla causa del momento, ripetere alcune formule consacrate dal consenso dominante e schierarsi dalla parte apparentemente più rassicurante del dibattito pubblico per ottenere il riconoscimento di una superiorità morale che non richiede alcuna prova.
Il problema non risiede nelle battaglie in sé. La parità tra uomo e donna, la condanna dei totalitarismi, la ricerca della pace o la tutela delle minoranze sono questioni serie, troppo serie per essere ridotte a slogan da salotto televisivo o da social network. Ciò che merita critica è la trasformazione di tali temi in strumenti di marketing personale, in accessori identitari da indossare secondo convenienza.
La superficialità contemporanea si alimenta infatti di semplificazioni. Ogni questione viene ridotta a una contrapposizione elementare tra buoni e cattivi, illuminati e retrogradi, virtuosi e reprobi. Chiunque osi introdurre una sfumatura, una domanda, una complessità viene immediatamente sospinto ai margini della discussione. Il dubbio diventa sospetto, il ragionamento, provocazione, l'approfondimento, un fastidioso ostacolo alla narrazione.
È una dinamica che alcuni grandi pensatori avevano intuito ben prima dell'avvento dell'ecosistema digitale. Friedrich Nietzsche, nella sua critica alla morale occidentale, osservava come la virtù possa talvolta trasformarsi in uno strumento di autoaffermazione. La proclamazione pubblica della bontà, della compassione o della solidarietà rischia infatti di assumere una funzione diversa da quella dichiarata: non tanto migliorare la condizione altrui, quanto accrescere il prestigio morale di chi la esibisce. In questa prospettiva il bene smette di essere un fine e diventa un linguaggio identitario attraverso cui ottenere approvazione sociale.
Applicata alla società contemporanea, la riflessione nietzscheana conduce a una domanda scomoda: quanto dell'attivismo mediatico nasce da una reale assunzione di responsabilità e quanto, invece, dalla necessità di apparire dalla parte giusta della storia?
La questione assume contorni ancora più netti nella lettura di Jean Baudrillard. Il filosofo francese sosteneva che le società moderne siano sempre più dominate dai simulacri, ovvero da rappresentazioni che finiscono per sostituire la realtà stessa. In questo scenario, anche la solidarietà può diventare un prodotto simbolico. Non conta necessariamente l'efficacia concreta dell'azione, ma la sua capacità di essere raccontata, condivisa e consumata dal pubblico.Il risultato è ciò che Baudrillard avrebbe probabilmente definito una "simulazione della virtù": una sequenza di messaggi edificanti, slogan rassicuranti e gesti altamente visibili che producono consenso immediato senza incidere realmente sulle strutture profonde dei problemi denunciati.
Eppure la realtà possiede una natura irriducibilmente complessa. Le guerre non si comprendono con uno slogan pacifista, le disuguaglianze non si eliminano con un hashtag, le questioni storiche e politiche non si esauriscono in una dichiarazione televisiva pronunciata tra una promozione cinematografica e una comparsata in prima serata.
Vi è una differenza sostanziale tra chi difende un principio e chi utilizza un principio. Il primo accetta il rischio della coerenza, il secondo ricerca il beneficio della convenienza. Il primo approfondisce, studia e argomenta, il secondo recita. Il primo serve una causa, il secondo si serve della causa.
La vera cultura democratica e liberale non nasce dall'unanimismo morale né dalla ripetizione rituale di formule consacrate. Nasce dal confronto tra idee, dalla capacità di sostenere il peso della complessità e dal coraggio di distinguere la sostanza dalla rappresentazione.
Per questo motivo il buonismo a buon mercato continua a prosperare. Non perché convinca gli spiriti più attenti, ma perché offre risposte semplici a problemi difficili e soprattutto consente a chi lo pratica di apparire virtuoso senza affrontare il costo della virtù.
Ed è forse questa la più efficace definizione della retorica contemporanea: l'arte di sembrare impegnati senza essere chiamati all'impegno, di apparire coraggiosi senza correre rischi, di occupare il palcoscenico della morale senza mai abbandonare il comfort della recita. Onestamente in questi giorni le recite su autorevoli palcoscenici (anche venute male) hanno stancato e parecchio.