A Buccinasco, alle porte di Milano, a febbraio dell’anno scorso un libro sulla Costituzione è finito sotto verifica ministeriale perché un bambino, dentro quelle pagine, porta le scarpe della zia. Il bambino era Pio La Torre, contadino povero diventato dirigente comunista e ammazzato dalla mafia nel 1982: le scarpe femminili erano l'unico paio che la famiglia potesse permettersi. Per la Lega invece erano “propaganda gender”, qualsiasi cosa significhi, tanto che il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha spedito gli ispettori, "in seguito alle segnalazioni da parte di alcune famiglie di alunni". Tenete a mente la scena. È la stessa logica che il 4 giugno 2026 è diventata legge.
Sì, perché il Senato ha approvato in via definitiva il ddl Valditara con 78 sì e 38 no, nessun astenuto. Tre articoli. Nelle scuole dell'infanzia e primarie scatta il divieto assoluto: l'educazione alla sessualità non si potrà fare in alcuna forma. Alle medie e alle superiori serve il consenso scritto e preventivo dei genitori, da raccogliere almeno sette giorni prima, materiali alla mano, con esperti esterni autorizzati dal collegio docenti e un docente sempre in aula. Tutto a costo zero. Chi non firma resta fuori, con attività alternative, come accade per l'ora di religione.
Il paradosso è visibile a occhio nudo (oddio, si potrà ancora scrivere “nudo”?): mentre la scuola si ammutolisce, la prima educazione sessuale resta quella che i ragazzi rimediano per conto loro, online, dentro il porno. E intanto i numeri corrono. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, le infezioni sessualmente trasmesse sono cresciute del 16,1% nel biennio 2021-2023, con la gonorrea quintuplicata dal 2010, e la prevalenza più alta cade tra i 15 e i 24 anni. La Società italiana di ginecologia e ostetricia segnala che il 60%dei giovani si crede informato mentre le conoscenze reali restano scarse. È matematico: spingere la prevenzione fuori dall'aula vuol dire lasciare i ragazzi più soli davanti al rischio.
Ci sarà un motivo se la comunità scientifica ripete da decenni l'opposto di Valditara. L'UNESCO, in una rassegna di 87 studi, ha stabilito che l'educazione sessuale non aumenta l'attività sessuale dei più giovani, anzi ritarda il primo rapporto e fa salire l'uso del preservativo, mentre i programmi fondati sull'astinenza falliscono. Gli Standard dell'OMS del 2010 la raccomandano fin dalla prima infanzia. L'Italia, del resto, è vergognosamente uno dei sette Paesi europei senza una legge che la renda obbligatoria, in compagnia di Ungheria, Polonia, Bulgaria, Romania, Cipro e Lituania. Dal 1975 sono state depositate più di sedici proposte ma nessuna è arrivata in fondo. La Svezia la insegna dal 1955, l’austera Germania dagli anni Novanta.
La «propaganda gender» è lo spettro perfetto: tutti la evocano, nessuno l'ha mai vista. Buccinasco lo dimostra meglio di qualsiasi trattato. C'è però un nodo che pesa più dello scherno: nel 2013 l'Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul, il cui articolo 14 impegna lo Stato a portare nelle scuole l'educazione alla parità e alla prevenzione della violenza di genere. La legge 107 del 2015, la "Buona scuola", l'aveva già tradotta in obbligo per i piani formativi. Quella cornice oggi viene smontata pezzo per pezzo. Il relatore del testo, Rossano Sasso (Lega), rivendica «buon senso» contro «attivisti di estrema sinistra Lgbt». Così un impegno internazionale contro la violenza diventa, in tre articoli, un modulo da firmare.
L'europarlamentare Alessandro Zan (Pd) ha sintetizzato che «mentre l'Europa va avanti, l'Italia torna nel Medioevo». Gli fanno eco i sindacati: la segretaria della Flc Cgil, Manuela Calza, parla di «pedagogia di Stato» e ne indica il lato classista, perché chi cresce in una famiglia attrezzata le parole le troverà comunque, gli altri no. La Fondazione Una Nessuna Centomila ricorda che l'Organizzazione Mondiale della Sanità considera quell'educazione un diritto. Tutto vero. Solo che il governo la tratta come un pericolo.
Poi la sociolinguista Vera Gheno ha posto la domanda che la legge tiene per sé: quali famiglie firmeranno il consenso, e quali no. Le prime, già attrezzate, capaci di leggere il senso dell'educazione sessuo-affettiva; le altre, lasciate nell'ignoranza, pronte a bersi le campagne sulla "ideologizzazione" dei figli diffuse dal governo e dai suoi simpatizzanti. Per questo, scrive, la legge è "particolarmente perniciosa": toglie strumenti proprio a chi ne ha meno. E alla pessima legge contrappone l'articolo 3 della Costituzione, che assegna alla Repubblica il compito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana". Chi ha firmato questa legge quel comma se l'è dimenticato.
Del resto la sessuofobia è una costante storica della destra, e qualcuno l'ha studiata a fondo. Nel 1933 Wilhelm Reich, nella "Psicologia di massa del fascismo", sosteneva che la repressione sessuale imposta dalla famiglia autoritaria fabbrica sudditi pronti a obbedire. Diciassette anni dopo Theodor Adorno e i suoi misurarono con la "scala F" la personalità autoritaria: conformismo, sottomissione all'autorità, aggressività verso le minoranze, tutto radicato in un'educazione rigida. Negli anni Ottanta Bob Altemeyer ne ha ricavato il modello dell'autoritarismo di destra, correlato in più Paesi al pregiudizio. Il filo è sempre lo stesso: chi teme il corpo teme la libertà.
Il benpensante che invoca il pudore e la "famiglia naturale" si crede moderato e custodisce invece l'arnese più vecchio del conservatorismo: il controllo dei corpi attraverso l'ignoranza. Valditara la chiama riforma storica. Storica lo è, solo che guarda all'indietro, mentre in venti Paesi europei quell'educazione si insegna da anni. Riporta la scuola italiana a prima del 1975, quando di sesso e di amore si imparava per strada, o non si imparava. Ai ragazzi resta il telefono. Ai genitori, un modulo da firmare. Auguri.