04 Jun, 2026 - 12:18

"Masters of the Universe", giocare coi miti per parlare ai bambini: il potere della vulnerabilità

"Masters of the Universe", giocare coi miti per parlare ai bambini: il potere della vulnerabilità

È giunto il momento di rispolverare le vecchie scatole di giocattoli e far brillare tutti i contenuti nel presente. "Masters of the Universe", diretto da Travis Knight e prodotto da Amazon MGM Studios con Mattel, è un film che, sulla carta, sembra l’ennesimo revival anni ’80, e forse lo è pure, ma fa il suo dovere anche per chi lo guarda oggi.

La trama è banale, classicissimo bene contro male, l’eroe che ha lasciato una casa in guerra devastata e che poi ritorna, ma è proprio questo a farlo funzionare: oggi più che mai abbiamo bisogno di un cattivo che sia cattivo e basta e di temi chiari da insegnare ai bambini.

Il film è infatti rivolto, oltre che agli spettatori adulti e nostalgici che giocavano con He‑Man durante l'infanzia, a un pubblico maschile bambino. Il messaggio martellato è che la forza bruta e la violenza non devono essere mai la prima scelta, ma ce ne sono tanti altri tutti su quest'onda: chi merita il potere è chi ha empatia; non bisogna considerare le incertezze come delle debolezze, ma come possibilità di dialogare con gli altri; la forza va usata solo per legittima difesa e per proteggere i propri cari: non dobbiamo aggredire a meno che non ci spingano proprio a brandire la spada. 
Insomma, "Masters of the Universe" mette in scena una sorta di educazione sentimentale che passa per la consapevolezza dei propri limiti: concetti che non dobbiamo mai smettere di insegnare.

Il tutto sembra avvenga attraverso il viaggio del principe Adam/He‑Man (interpretato da Nicholas Galitzine) e lo scontro con Skeletor (un Jared Leto volutamente sopra le righe), ma il vero conflitto è dentro al cuore dell'eroe.

Rivediamo il trailer del film per entrare nell'atmosfera:

La morale di He‑Man nel 2026: la vulnerabilità non è debolezza

La storia del film è il tipico ritorno alle origini: Adam viene richiamato indietro dal potere della Spada di Grayskull dopo quindici anni lontano da Eternia, per ritrovare un mondo distrutto e la propria famiglia sotto il giogo del tirannico Skeletor. È una struttura narrativa che abbiamo visto mille volte, ma proprio per questo risulterà immediatamente leggibile anche dagli spettatori più piccoli.

L’eroe che torna a casa, il regno spezzato, il nemico assoluto: è una grammatica semplice ed elementare, proprio per questo ideale per far passare in maniera diretta i valori che il film vuole veicolare.

Tra questi c’è, primo tra tutti, la capacità di mostrare le proprie fragilità ed emozioni in modo autentico. Si viaggia in un percorso in cui prima le vulnerabilità sono viste come debolezze e poi vengono accettate, ridimensionate.

E infatti, contrariamente a quanto si pensa convenzionalmente, specie nel mondo della mascolinità tossica, la capacità di mostrare al mondo le proprie emozioni è un atto di coraggio che favorisce le relazioni e l’empatia, è un atto di umanità.
I muscoli sono solo un espediente, quindi, una metafora che nei combattimenti ci fa divertire.

Il vero “potere più grande dell’universo”, la forza di questo moderno He‑Man, sta nella capacità di scegliere di sentire, di rialzarsi dopo una caduta, di vedere che non esiste la parola fallimento, quando ci si può sempre riprovare con onore. Valori triti e ritriti, apparentemente banali, ma che non sono mai troppo nuovi, se rivolti a una generazione giovane, che sta ancora imparando a stare al mondo.

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Idris Elba e Nicholas Galitzine in "Masters of the Universe" @credits: Sony Pictures.

"Masters of the Universe" e il problema della non violenza mai davvero risolta

C’è però un lato dolente in uno dei discorsi più ribaditi nella pellicola, ossia il contrasto forza bruta vs empatia e dialogo: qui il film sembra avere paura di fidarsi davvero della sua stessa morale ed è un peccato.

Il dialogo funziona forse quando si ha a che fare con gli amici, con gli alleati, con chi è disposto a cambiare. Ma non è sembrato abbastanza esplorato cosa significhi davvero, concretamente, lasciare che siano empatia e umanità a guidare l’azione. 

Seppure il messaggio è nobile, la resa è stata sciatta e debole: il film ci dice che la dolcezza e la comprensione sono un superpotere? E allora perché poi, quando si arriva al dunque, questo potere si traduce comunque in forza bruta e in grandi combattimenti? Il fatto è che manca proprio una scena forte e memorabile in cui sia davvero una scelta non violenta a risolvere il conflitto e questo è un buco che non si può non citare.

Da questo punto di vista, "Masters of the Universe" ci mette, anzi, davanti a una cruda realtà: non possiamo pretendere di far cambiare idea e modo di agire a tutti. 

Se Skeletor è malvagio non dobbiamo chiederci dei suoi perché. Ha sempre avuto quel modo di fare, a un certo punto bisogna arrendersi all’idea che non lo convinceremo mai. E tutti, nella vita, abbiamo "i nostri Skeletor".

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Jared Leto in "Masters of the Universe" @credits: Sony Pictures.

C'entra anche molto con la mitologia di questo genere di film per ragazzi degli anni Ottanta: i cattivi erano cattivi, i buoni vincevano sempre e a un certo punto bisognava solo combattere.

Non tutte le persone sono recuperabili, e l’ostinazione nel voler salvare o convincere “il villain” a tutti i costi può essere una forma di auto‑inganno ed è bene riconoscerlo presto, per non risultare sconfitti. 

Tutto liscio, se non si fosse tanto rimarcato il resto. Il problema è perciò il cortocircuito con la morale ribadita in tutta la pellicola. La mancanza di esiti positivi per via del "potere del dialogo" non fa che stridere, alzando le aspettative per poi farci arrivare, delusi, fino al niente.

Giocare coi giocattoli: autoironia del regista in un mondo fantasy

Un punto che potrebbe essere criticato da molti è la componente autoironica alta (forse troppo?) del film. "Masters of the Universe" non si prende affatto sul serio, soprattutto quando si tratta dei nomi dei personaggi, spesso ridicoli se presi alla lettera nel 2026, che il film giustifica con la fantasia infantile del piccolo Adam.

Travis Knight ha fatto quindi la sua scelta. In quanti si aspettavano di vedere costruita una lore fantasy super‑seriosa, convincente e perfettamente coerente, rimarranno profondamente delusi. Il regista non vuole convincerci del materiale di partenza. Piuttosto, si diverte a giocare con i giocattoli, letteralmente.

L’autoironia attraversa tutto, a partire dallo Skeletor di Jared Leto, autoironico e caricaturale, fino al susseguirsi di gag e momenti comici disseminati in ogni parte del racconto. Il concetto di "massima virilità" attorno allo stesso nome di "He‑Man" viene visto con distanza e imbarazzo, lasciato all’ultimo, deriso, abbandonato in un cassetto.

E seguono questa logica del puro divertimento pure i combattimenti, che sono spesso esagerati e coreografati più per intrattenere e strappare una risata al pubblico che per altro.

L'estetica e le interpretazioni di "Masters of the Universe"

Visivamente, invece, il film ricostruisce bene i vari action figure: molti personaggi sembrano veramente giocattoli, con armature, colori e proporzioni che strizzano l’occhio a chi si è divertito con "i pupazzetti".

Da questo punto di vista c’è un lavoro curioso e coerente, soprattutto nella resa di alcuni comprimari di Eternia ripresi dalla linea Mattel, dai guerrieri di corte alle creature più bizzarre.

Il problema è che, nonostante il budget altissimo, le ambientazioni funzionano poco e vengono spiegate poco. Lo stesso vale per le creature di questo fanstico regno. 

Gli ambienti sembrano fondali teatrali e non sono mondi sufficientemente vivi: Eternia è ricostruita bene ed è riconoscibile, ma non c’è niente che sembri vissuto e autentico. Si resta nel vago, il che è un peccato, perché le location hanno funzioni molto più superficiali di quanto meriterebbero e questo rende il film davvero anonimo sul piano del worldbuilding.

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Sul fronte interpretazioni, invece, colpisce nel segno. Nicholas Galitzine è una scelta che si capisce bene solo mentre si guarda il film: non partiva con il fisico iper‑muscoloso che vediamo sullo schermo dopo il training, quindi molti si chiedevano: ma perché proprio lui?

L'attore britannico, 31enne, possiede un’enorme dolcezza nei tratti del volto, è molto bravo a rendere credibili sia gli slanci di forza e coraggio, sia le esitazioni e le insicurezze del suo personaggio.

È un eroe che resta imperfetto e va bene così: non c’è una trasformazione che cancella magicamente tutte quelle che vengono socialmente percepite come “debolezze”, e impariamo presto ad amarlo e accettarlo. 

Idris Elba, poi, nei panni di Duncan/Man‑At‑Arms, gioca su un registro che richiama in parte il suo Heimdall dei film di "Thor", il guerriero saggio e protettivo, ma la cosa non disturba affatto, anzi, porta un’energia familiare e rassicurante al pubblico dentro l’universo di He‑Man.

"Masters of the Universe": il vero potere è nella colonna sonora

La cosa più bella, quella che resta davvero in testa all’uscita dal cinema, sono le musiche. Il fiore all’occhiello è la colonna sonora firmata da Daniel Pemberton, compositore ormai onnipresente, arricchita in modo massiccio dalla chitarra "Red Special" di Brian May, lo storico chitarrista dei Queen. La collaborazione tra i due è praticamente un elemento strutturale dell’identità del film.

Il brano principale, "Eternia", è il pezzo forte della soundtrack: scritto da Pemberton con l’apporto diretto di May, è un tema che ritorna più e più volte durante la visione e che, nonostante ciò, non stanca. Piuttosto, entra in testa e fomenta nei momenti clou.

Travis Knight ha scelto di impostare le atmosfere musicali guardando esplicitamente a "Flash Gordon", la leggendaria colonna sonora dei Queen, e l’omaggio è evidente nelle sonorità rock, negli assoli di chitarra e nell’epica un po’ kitsch che si sposa perfettamente con l’estetica di questo giocattolo vivente, He‑Man.

Funziona tutto perfettamente, perché è proprio la musica che tiene insieme l’anima nostalgica, quella meta‑giocattolosa e la morale contemporanea del racconto.

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