Il dibattito sui rischi dei social network per i giovanissimi e sulla necessità di introdurre regole più stringenti per l'accesso dei minori alle piattaforme è tornato al centro dell'attenzione dopo i recenti fatti di cronaca di Trapani e Trescore Boario.
Il problema non è solo italiano, dall'Australia alla Francia, sono numerosi gli Stati che si sono dotati, o si stanno dotando, di leggi specifiche e anche l'Ue sta spingendo i governi in questa direzione.
Nonostante il consenso trasversale sulla necessità di una maggiore tutela dei minori online, l'Italia non ha ancora approvato una legge che vieti l'uso dei social ai giovanissimi e - al momento - le uniche limitazioni sono quelle imposte dalle piattaforme.
Nel corso degli anni sono state presentate diverse proposte di legge, ma al momento sono tutte ferme in Parlamento: tra queste c'è il ddl bipartisan Mennuni-Madia, che ha già ottenuto il "lasciapassare" della Commissione Ue e che potrebbe essere approvato entro la fine della legislatura. Una seconda proposta, invece, è stata firmata dalla Lega, ma ha un'iter di approvazioni più lungo.
La proposta di legge "Tutela dei minori nella dimensione digitale", nota anche come Ddl Mennuni-Madia dai nomi delle due prime firmatarie, la senatrice di FdI Lavinia Mennuni e la deputata di Casa Riformista, Marianna Madia, è stata presentata ad aprile 2024, ha subito delle modifiche nel per allinearla alle richieste Ue e da circa otto mesi (ottobre 2025) è ferma in Commissione Ambiente al Senato.
L'obiettivo principale del disegno di legge bipartisan è quello di contrastare la dipendenza da social network e proteggere bambini e adolescenti dai rischi dell'ambiente online.
Nucleo della legge è l'obbligatorietà della verifica dell'età dell'utente al momento dell'iscrizione al social network da parte delle piattaforme che devono dotarsi di appositi sistemi di "age verification". Si pronone, inoltre, di innalzare da 13 a 15 l'età minima per l'accesso alle piattaforme, con l'obbligo dell'autorizzazione dei genitori sotto la soglia del 16 anni.
Il ddl Mennuni-Madia, inoltre, propone anche di regolamentare il fenomeno dei "baby influencer" con norme volte a limitare l'esposizione mediatica e economica dei minori sui social attraverso contenuti online gestiti da genitori o terzi.
Secondo le promotrici, le famiglie non possono essere lasciate sole a gestire l'impatto degli algoritmi e delle piattaforme sui ragazzi.
Il disegno di legge è attualmente fermo in Senato dove è in attesa dell'arrivo dei pareri dei ministeri, senza i quali non è possibile riprendere l'iter per l'approvazione definitiva.
Anche la Lega ha presentato una proposta simile a firma del senatore Gian Marco Centinaio, che come quella delle colleghe Mennuni e Madia prevede la verifica obbligatoria dell'età da parte dei social, il consenso preventivo dei genitori per i minorenni e una maggiore responsabilizzazione delle piattaforme digitali.
A differenza della ddl Mennuni-Madia, tuttavia, la proposta della Lega prevede di ampliare le restrizioni non solo ai social tradizionali, ma anche ad alcune app di messaggistica come WhatsApp e Telegram e impone alle piattaforme di adottare misure per proteggere i minori da contenuti dannosi e meccanismi che favoriscono la dipendenza.
Le due proposte hanno molti punti in comune, ma attualmente la proposta Mennuni-Madia è l'unica che non rischia di essere bloccata da Bruxelles, poiché è già stata modifica per aderire alle richieste europee dove si sta discutendo di fissare a 16 anni l'età minima per i social in tutta Europa, al fine di evitare la frammentazione delle regole nazionali.
Il dibattito sulla limitazione dei social ai minori non riguarda soltanto l'Italia. Negli ultimi mesi, infatti, sono stati numerosi i Paesi che hanno introdotto regole più rigide per l'accesso dei minori alle piattaforme digitali e alle app di messaggistica.
A fare da apripista in questo senso è stata l'Australia, che per prima nel mondo ha approvato una legge che vieta l'accesso ai social agli under 16. In Europa, la Francia ha approvato una legge che fissa il limite a 15 anni con sistemi obbligatori di verifica dell'età.
In questo contesto, le proposte italiane si inseriscono in una tendenza internazionale sempre più orientata a limitare l'accesso precoce dei ragazzi ai social network.