31 May, 2026 - 22:41

"Il silenzio degli altri": opera prima per la regista spagnola Eva Libertad

"Il silenzio degli altri": opera prima per la regista spagnola Eva Libertad

Spesso si ha la tendenza a trattare le persone affette da una disabilità come fossero oggetti delicati, più che esseri umani. Trovarsi di fronte a qualcuno che soffre di una patologia congenita paralizza, mette a disagio, spinge a comportarsi come lo si farebbe di fronte a una reliquia protetta da una teca di vetro. Dopo aver sbirciato con delicatezza si arretra, un passo alla volta, in punta di piedi. Anche quando si è coscienti che una malattia non è contagiosa si avverte l’istinto di voltare lo sguardo altrove e distrarsi, come se il cervello si immobilizzasse, entrando in una modalità di protezione, per allontanare il pensiero che possa capitare a noi o ai nostri cari. Ancora peggio quando non si è in grado di provare una sentita compassione e ci si sforza di mostrare una pietà teatrale, solo per non fare brutta figura. Certo, non per tutti è così, ma convivendo con un’infermità da ben 27 anni ormai, seppur “invisibile”, posso assicurarvi di essermi imbattuta spesso nel terrore dell’ignorante di turno, spaventato all’idea che potessi contagiarlo.

Plutarco raccontava dell’usanza nella Grecia antica di abbandonare i neonati malformati in una gola del monte Taigeto, chiamata Apothetai. Ma essere portatori di un handicap rende davvero più speciali degli altri? Una volta ricevuta una diagnosi si acquisisce automaticamente il diritto di essere trattati coi guanti bianchi? E se invece fosse il disabile stesso ad attaccarsi al proprio male, anima e corpo, con le mani strette in una morsa, facendone uno scudo col quale proteggersi dal resto del mondo? La regista spagnola Eva Libertad, con un passato da studente di sociologia e poi di teatro, ha incentrato la sceneggiatura del suo lungometraggio d’esordio su questo, ispirata dalla vita della sorella e attrice Miriam Garlo. 

Ángela (Miriam Garlo) è una donna sorda dalla nascita, che convive col compagno udente Héctor (Álvaro Cervantes). Il loro rapporto sembra essere felice e idilliaco. Héctor per lei ha imparato la lingua dei segni, si è immerso totalmente nell’universo di Ángela, condividendo anche gli amici non udenti, diventati di fatto gli unici della coppia, e mettendo i suoi timpani a servizio di entrambi. Ma quello che sembrava essere un solido equilibrio indistruttibile inizierà improvvisamente a sgretolarsi dopo la nascita della loro prima figlia.

Spesso nel cinema si ha la propensione a raccontare al pubblico gli ostacoli con l’intento narrativo di superarli, pure attraversando gravi difficoltà. Nel caso de Il silenzio degli altri, invece, Eva Libertad fa della mancanza di udito un mezzo di rottura, anzi di paralisi e isolamento per la protagonista. Ángela ha un carattere all’apparenza tosto e indipendente, ma in realtà è ovattata nel suo silenzio, come se la sordità fosse un grande batuffolo di cotone che l’avvolge tutta. L’incapacità di accettare il suo handicap paradossalmente l’ha resa pretenziosa, prepotente, egoista e incline a pensare che Héctor e tutte le altre persone udenti intorno a sé siano obbligate a rendersi sorde a loro volta.

La regista è stata geniale nel ritrarre Ángela quasi detestabile da un certo punto del film, per poi, verso la fine, farti vivere il suo punto di vista non a parole, ma facendoti piombare nel medesimo suono strozzato col quale convive lei quotidianamente da sempre. Ed è lì che comprendi quanto la disabilità reale di Ángela sia la non accettazione della propria malattia e non la malattia stessa. Il silenzio degli altri è un’ottima opera prima che, in modo silente, ci spiega quanto la sofferenza psichica, se non affrontata, possa disintegrare l’esistenza nostra e dei rapporti che intrecciamo col prossimo. 4 stelle su 5.

 

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