31 May, 2026 - 10:00

Droni russi nei cieli NATO: la soglia "fluida" della guerra e il dilemma dell’Articolo 5

Droni russi nei cieli NATO: la soglia "fluida" della guerra e il dilemma dell’Articolo 5

Nel lessico strategico della Guerra fredda esisteva una formula apparentemente semplice: violare lo spazio aereo di un Paese NATO significava sfidare direttamente l’Alleanza Atlantica. Oggi, nell’epoca della guerra ibrida e dei conflitti a bassa intensità ad alta definizione tecnologica, quella linearità è venuta meno. Il drone , "economico", sacrificabile, spesso difficilmente attribuibile, è divenuto lo strumento perfetto per erodere i confini politici senza oltrepassare apertamente la soglia della guerra convenzionale.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di velivoli senza pilota russi, o presumibilmente riconducibili alla sfera operativa di Mosca, precipitati o penetrati nei territori dell’Alleanza Atlantica. Romania (poche ore fa con pesanti ripercussioni tra le diplomazie dei due Paesi e dei due blocchi), Polonia, Lettonia, persino Croazia hanno registrato intrusioni, cadute di droni o frammenti missilistici provenienti dal teatro ucraino. In alcuni casi si sono verificati danni materiali; in altri si sono registrati feriti o evacuazioni. Eventi che, singolarmente, potrebbero apparire marginali. Ma che, nel loro insieme, delineano un problema strategico di enorme portata: quando un incidente diventa un’aggressione?

La questione investe direttamente il cuore giuridico e politico della NATO: il celebre Articolo 5 del Trattato di Washington del 1949. La disposizione stabilisce che un attacco armato contro uno o più membri dell’Alleanza debba essere considerato come un attacco contro tutti. È il principio cardine della deterrenza occidentale. Tuttavia, il testo del trattato non contiene automatismi meccanici. Non esiste una clausola che imponga una risposta militare immediata e indistinta. L’Articolo 5, in realtà, lascia agli Stati membri un ampio margine politico nell’individuare la natura dell’attacco e le misure necessarie da adottare.

Ed è precisamente qui che si inserisce la "nuova ambivalenza strategica" dei droni.Un UAV che attraversa accidentalmente il confine durante un bombardamento in Ucraina costituisce un “attacco armato”? E se provoca vittime civili? E se il velivolo è stato deliberatamente lasciato sconfinare per testare le capacità di reazione dell’Alleanza? La NATO, sino ad oggi, ha evitato accuratamente di interpretare tali episodi come casus belli. Non per debolezza, bensì per calcolo strategico.

L’attivazione dell’Articolo 5 rappresenta infatti il punto massimo della scala di deterrenza occidentale. Invocarlo per un singolo drone – magari lanciato in un contesto operativo caotico – rischierebbe di trasformare un incidente periferico in una crisi continentale. Per questa ragione, l’Alleanza preferisce utilizzare strumenti intermedi: rafforzamento della sorveglianza aerea, incremento delle pattuglie NATO, proteste diplomatiche, convocazioni degli ambasciatori, innalzamento della prontezza operativa.

Esiste poi un altro elemento spesso sottovalutato: l’Articolo 4 del Trattato NATO. Molto meno noto al grande pubblico, esso consente agli alleati di avviare consultazioni immediate quando uno Stato membro ritenga minacciata la propria sicurezza territoriale o politica. È una sorta di camera di compensazione della crisi, utilizzata più volte negli ultimi anni dai Paesi dell’Est europeo. In altre parole, prima della risposta militare collettiva esiste una vasta zona grigia diplomatica e strategica.

Mosca conosce perfettamente questa architettura. Ed è plausibile che la sfrutti. La dottrina russa contemporanea ha fatto "della discrezionalità giuridica" del Trattato uno strumento operativo: pressione continua, provocazione calibrata, erosione psicologica dell’avversario senza raggiungere il punto di rottura irreversibile. I droni rappresentano, in questo senso, un’arma ideale. Costano poco, sono difficili da intercettare integralmente e soprattutto consentono una negabilità politica che un missile balistico o un’incursione aerea tradizionale non offrirebbero.

Per i Paesi NATO confinanti con il conflitto ucraino il problema non è soltanto militare, ma anche percettivo. Ogni drone che cade in territorio alleato produce un duplice effetto: da un lato alimenta la sensazione di vulnerabilità, dall’altro mette alla prova la credibilità della deterrenza occidentale. Se l’Alleanza reagisce troppo poco appare fragile, se reagisce troppo rischia l’escalation.La vera partita, dunque, si gioca nella gestione della soglia. La NATO deve dimostrare di controllare il proprio spazio strategico senza scivolare in una dinamica di guerra diretta con la Federazione Russa. È un equilibrio estremamente delicato, quasi chirurgico, che ricorda per certi versi la logica del confronto nucleare durante il bipolarismo novecentesco: fermezza senza detonazione.

Nel frattempo, l’evoluzione tecnologica rende il quadro ancora più instabile. I droni contemporanei possono operare in sciami, volare a bassissima quota, confondersi con traffici civili o essere programmati per rotte semi-autonome. Attribuire con assoluta certezza intenzionalità e responsabilità diventa sempre più complesso. E nel diritto internazionale, come nella strategia militare, l’ambiguità è spesso più potente della forza stessa.In definitiva, il Trattato NATO non obbliga automaticamente a una risposta armata per ogni sconfinamento o incidente provocato da droni russi. L’Alleanza dispone di un ampio ventaglio di opzioni politiche e militari graduali. Ma proprio questa elasticità, che costituisce la forza della NATO, rappresenta anche il suo punto più delicato: la necessità continua di decidere dove finisca l’incidente e dove cominci la guerra.

Ed è precisamente in quella zona grigia che si sta combattendo la vera partita strategica del XXI secolo.

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