29 May, 2026 - 16:55

Netanyahu ordina l’occupazione del 70% di Gaza: il cessate il fuoco rischia il collasso?

Netanyahu ordina l’occupazione del 70% di Gaza: il cessate il fuoco rischia il collasso?

La situazione nella Striscia di Gaza resta altamente instabile, mentre il quadro politico e militare sul terreno continua a evolversi. Le recenti dichiarazioni del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, segnano un’ulteriore fase di incertezza rispetto agli equilibri raggiunti con il cessate il fuoco, riaccendendo l’attenzione internazionale sulla situazione nell’enclave palestinese, che resta lontana da una soluzione.

Netanyahu: “Controllo del 70% di Gaza” e tensioni sul cessate il fuoco

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha affermato di aver dato l’ordine all’esercito di prendere il controllo del 70 per cento della Striscia di Gaza.

La dichiarazione del premier israeliano ha sollevato timori sul futuro del già fragile cessate il fuoco.

Obiettivi territoriali

In una conferenza tenutasi in un insediamento della Cisgiordania, Netanyahu ha parlato degli obiettivi territoriali di Israele. Il primo ministro israeliano ha affermato che il paese detiene attualmente il 60 per cento dell’enclave palestinese e che l’obiettivo è quello di raggiungere il 70 per cento.

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Attualmente stiamo mettendo alle strette Hamas . Ora controlliamo il 60 per cento del territorio della Striscia. Sapete, eravamo al 50 per cento, siamo passati al 60 per cento. Il mio obiettivo è arrivare al 70 per cento.

Le parole di Benjamin Netanyahu hanno avuto una risonanza mondiale, mentre resta in vigore la tregua tra Israele e Hamas mediata dagli Stati Uniti. Il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza è entrato in vigore nell’ottobre 2025. Secondo l’accordo, le forze israeliane si sono ritirate lungo una linea di demarcazione. Questo ha lasciato a Israele il controllo diretto del 53 per cento della Striscia di Gaza. Negli ultimi mesi, però, le forze israeliane hanno continuato a spingersi progressivamente verso ovest all’interno della Striscia di Gaza, avanzando rispetto alle posizioni iniziali.

“Emigrazione volontaria” e reazioni internazionali

Le parole del premier israeliano sono arrivate dopo le dichiarazioni del ministro della Difesa, Israel Katz, sulla “emigrazione volontaria”. Katz ha annunciato in un post su X del 27 maggio l’uccisione a Gaza del capo militare di Hamas, Mohammed Odeh:

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Il comandante del quarto braccio militare di Hamas a Gaza è stato eliminato ieri e mandato a incontrare i suoi complici negli abissi dell'inferno. A nome del Primo Ministro e a nome mio, congratulazioni alle Forze di Difesa Israeliane e allo Shin Bet per la brillante esecuzione. Ci siamo impegnati a eliminare tutti coloro che hanno guidato il massacro del 7 ottobre, e così sarà: sono tutti condannati a morte, ovunque si trovino.

Il ministro della Difesa israeliano ha aggiunto:

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Ci siamo impegnati affinché Hamas non governi Gaza né civilmente né militarmente, e così sarà, e anche il piano di emigrazione volontaria da Gaza sarà attuato, tutto al momento giusto e nel modo giusto.

Non è la prima volta che si parla della migrazione su larga scala dei palestinesi abitanti di Gaza. Le dichiarazioni hanno già provocato le reazioni di diverse organizzazioni internazionali.

Gaza, situazione umanitaria e prospettive della tregua

Durante il periodo del cessate il fuoco non si sono interrotte le tragedie umane nella Striscia di Gaza. Le forze israeliane hanno continuato ad aprire il fuoco nelle aree vicino alla “linea gialla” che divide l’enclave palestinese. Inoltre hanno effettuato raid aerei anche nelle zone più in profondità della parte occidentale della Striscia. Dall’inizio della tregua più di 900 persone hanno perso la vita.

La seconda fase della tregua è stata annunciata a gennaio 2026 e riguarda diversi temi cruciali, tra cui la demilitarizzazione di Gaza e il disarmo di Hamas. Tuttavia la transizione resta bloccata da settimane e senza una calendarizzazione chiara. Alcuni dei punti fondamentali per raggiungere una pace definitiva a Gaza includono l’inizio della ricostruzione e il ritiro completo israeliano.

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