29 May, 2026 - 16:30

Armi o bollette? L'Italia non ha firmato (ancora) il prestito Ue per la difesa: a che punto è la partita con Bruxelles

Armi o bollette? L'Italia non ha firmato (ancora) il prestito Ue per la difesa: a che punto è la partita con Bruxelles

Se non ci sono soldi per la crisi energetica, allora non è politicamente pensabile di spendere per l'acquisto di armi. È questa, in estrema sintesi, la posizione del governo italiano, che in queste ore sta valutando di rallentare sulla richiesta di prestito da 15 miliardi di euro del programma europeo SAFE.

La partita non riguarda solo Bruxelles e i rapporti tra Italia e Unione europea. Sul tavolo ci sono anche le risorse che il governo potrà usare nei prossimi mesi per finanziare eventuali aiuti contro il caro bollette e l’aumento dei costi energetici che continuano a pesare su famiglie e imprese.

Il messaggio è politico, prima ancora che economico, ed è indirizzato alla Commissione Europea, da cui continuano a non arrivare risposte alla richiesta di Roma di derogare al patto di stabilità per far finanziare misure a sostegno delle famiglie e delle imprese italiane. Cosa che, invece, è possibile fare per le spese per la difesa.

È lo stesso tema affrontato nella lettera inviata il 18 maggio dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Nella missiva, la premier chiedeva la possibilità di derogare ai vincoli europei di bilancio anche per le spese legate all’energia.

“In assenza di questa necessaria coerenza politica - scriveva nella missiva - sarebbe molto difficile spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe”.

La risposta di Ursula von der Leyen sarebbe attesa per mercoledì 3 giugno. 

I fondi SAFE (Security Action for Europe) sono delle risorse a cui possono accedere - sotto forma di prestito - i 27 Stati Ue per finanziare investimenti in armamenti e sicurezza.

L'Italia ha ipotizzato un prestito di 15 miliardi, ma stando alle ultime dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il governo starebbe pensando di ridurre l'importo a 5 miliardi. 

Energia, Meloni: "Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa"

La partita a scacchi tra Roma e Bruxelles è entrata in una fase molto delicata e nelle ultime ore il governo italiano ha fatto la sua mossa: in attesa di conoscere la risposta della Commissione Ue alla lettera di Meloni, il governo frena sul programma SAFE. 

Il nodo ormai è apertamente politico. Il governo italiano non mette in discussione gli impegni presi con Nato e alleati sulla difesa, ma chiede all’Europa maggiore flessibilità anche per affrontare la crisi energetica, altrimenti "è difficile spiegare ai cittadini perché possiamo spendere per le armi ma non per aiutare sulle bollette.”

Lo ha detto chiaramente Giorgia Meloni ieri - giovedì 28 maggio - ospite a "Mattino Cinque".

“C'è un'interlocuzione in corso”, spiega la premier parlando della richiesta di flessibilità avanzata all’Europa.

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“Vedremo come andrà avanti questo dibattito, ma il punto è che noi non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa”. 

E poi ha sottolineato quanto già dichiarato in precedenza:

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“Lo dico da persona che sostiene con forza la necessità che l'Italia e l'Europa facciano di più per difendersi da sole. È evidente che se noi di fronte alle crisi non siamo in grado di dare risposte ai cittadini e alle imprese, rischiamo che non ci sia più niente da difendere in questa nazione e quindi bisogna cercare un equilibrio”.

Roma rallenta sul SAFE in attesa della risposta di Bruxelles sull’energia

Intanto il governo continua a rinviare la decisione sul SAFE. Secondo quanto riportato dall'Adnkronos, che cita fonti autorevoli, il regolamento del meccanismo europeo non conterrebbe alcun riferimento temporale perentorio relativo alla sottoscrizione dell’accordo sul prestito.  

A conferma del fatto che Palazzo Chigi non ha fretta, oggi, nel corso di un briefing con la stampa il portavoce della Commissione Ue Thomas Regnier ha confermato che tra i 5 Stati che hanno già firmato un accordo di prestito Safe (Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio) non compare l'Italia.

A raffreddare ulteriormente l’ipotesi di un prestito da 15 miliardi è stato anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani:

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Dobbiamo rispettare alcuni impegni che abbiamo preso con la Nato però non è questo il momento per accedere a quel prestito in maniera così consistente. Quindi chiederemo di meno soltanto per realizzare progetti per i quali ci sono già contratti firmati e non si possono non realizzare.

Ha chiarito il titolare della Farnesina.

Il nodo è evidentemente politico. Il tema è: chi decide cosa è più urgente: difesa o crisi economica?

Sul punto Roma e Bruxelles sembrano avere punti di vista divergenti, ma come ha confermato la premier il dialogo è in corso.

Questa mattina, il portavoce della Commissione Balazs Ujvari, ha confermato che la presidente della Commissione Europea "non" ha ancora risposto alla lettera inviatale dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma che "la prossima settimana avremo il semestre europeo, che sarà l'occasione per discutere alcune delle questioni sollevate dalla presidente Meloni nella sua lettera". 

Quale sarà la risposta di Bruxelles a questo punto non è difficile da capire. La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, è prudente. Il timore è che accettare le richieste dell'Italia significherebbe creare un precedente anche per gli altri stati. A rischio ci sarebbe la tenuta delle regole fiscali europee.

La risposta indiretta dell’Ue: “Usate prima i fondi europei già disponibili”

Intanto una prima risposta, seppur indiretta, alla richiesta dell'Italia di maggiore flessibilità sui conti pubblici è arrivata tramite il vicepresidente della Commissione Ue, Raffaele Fitto, che ieri ha inviato una lettera ai ministri europei della Coesione, invitandoli a utilizzare subito i fondi europei già disponibili per sostenere energia e imprese, senza aspettare nuove deroghe o nuovo debito.

Insomma, il messaggio di Bruxelles è chiaro: prima di chiedere nuove deroghe o maggiore debito, i governi devono sfruttare meglio i fondi esistenti riprogrammandoli verso le emergenze più immediate.

 

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