Versano l'anticipo per l'acquisto di una casa, ma poi scoprono che al suo interno è presente un pozzo non dichiarato e chiedono la risoluzione del contratto. Eppure rischiano di perdere il proprio denaro a causa di una clausola penale presente nell'atto di compravendita.
E' quanto accaduto ad una coppia di San Benedetto del Tronto nelle Marche, protagonista di una battaglia giudiziaria durata 20 anni, che si avvia a conclusione e che sta contribuendo a riscrivere le regole per la tutela dei consumatori in Italia.
Il punto centrale del processo è infatti un principio di diritto: il consumatore deve essere protetto da clausole contrattuali potenzialmente abusive, anche se non le contesta esplicitamente e in qualunque fase del giudizio.
Su questo aspetto specifico è intervenuta la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che si è espressa in senso favorevole alla tutela dei consumatori, affermando che il giudice può rilevare d’ufficio la nullità di clausole ritenute abusive o non conformi alla normativa, qualora siano inserite – al di là della buona fede – all'interno di un contratto.
Nei giorni scorsi si è tenuta presso la II sezione civile della Corte di Cassazione l’ultima udienza prima della decisione finale sul ricorso presentato dai coniugi marchigiani, assistiti dall’avvocato Jacopo Severo Bartolomei.
Durante l’udienza, sia il Pubblico Ministero sia il giudice relatore hanno espresso un orientamento favorevole ai ricorrenti.
La vicenda ha avuto inizio nel 1998, quando la coppia di San Benedetto del Tronto ha stipulato un contratto preliminare per l’acquisto di una casa, versando un’ingente caparra.
Venuta a conoscenza dell’esistenza di un pozzo presente all’interno dell’immobile, la coppia di coniugi decide di rifiutare il rogito definitivo, rischiando tuttavia di perdere gli acconti già versati in virtù di una clausola inserita nel contratto.
Si apre una battaglia legale che si trascina per oltre vent’anni, tra arbitrati, appelli e ricorsi in Cassazione, fino all’ultimo, nel 2019, proprio contro la legittimità di quella clausola.
È proprio questo ricorso a diventare il nodo centrale della vicenda.
Il problema principale, infatti, è che secondo le regole processuali italiane, i ricorrenti avrebbero contestato la validità della clausola oltre i termini previsti.
A quel punto i giudici della Corte di Cassazione decidono di chiedere alla Corte di Giustizia dell'Unione europea di dirimere la questione con quello che in gergo giuridico si chiama: rinvio pregiudiziale ex art. 267 del TFUE.
Una mossa poi rivelatasi decisiva per le sorti del procedimento, poiché la Corte UE – il 18 dicembre 2025 – ha risposto chiarendo che la tutela del consumatore deve prevalere sulle rigidità processuali nazionali quando una clausola (potenzialmente abusiva) rischia di restare senza controllo e passare inosservata, causando un danno al consumatore, che è considerato la parte debole del rapporto.
Una decisione, quella dei giudici lussemburghesi, che ha ribaltato le sorti del procedimento relativo alla compravendita della casa con il pozzo di San Benedetto del Tronto, la cui conclusione è ora legata al deposito della sentenza della Corte di Cassazione, atteso entro sessanta giorni.
Nei giorni scorsi si è tenuta l’ultima udienza davanti alla II sezione civile della Cassazione, durante la quale - secondo quanto spiegato dai legali della coppia - sia il Pubblico Ministero sia il giudice relatore hanno espresso un orientamento favorevole ai ricorrenti.
La sentenza attesa nelle prossime settimane potrebbe diventare un precedente importante per la tutela dei consumatori nei contratti immobiliari e non solo, in linea con le norme dell’Unione europea e con il Codice del Consumo.
Il verdetto della Suprema Corte, infatti, è rilevante perché, trattandosi della più alta Corte italiana, le sue decisioni diventano un punto di riferimento per tutti i tribunali del Paese e contribuiscono a fare giurisprudenza.
In questo caso, la Cassazione con la sua sentenza potrebbe introdurre in modo definitivo nel sistema giuridico italiano il principio stabilito dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea, ovvero: il giudice può rilevare e annullare anche d’ufficio le clausole abusive nei contratti con i consumatori, in qualsiasi fase del processo.