Il mondo guarda da un'altra parte. Guarda i tavoli diplomatici di Islamabad, scruta i dettagli della bozza geopolitica del momento, calcola i giorni di una tregua apparente e valuta la riapertura dei flussi commerciali nello Stretto di Hormuz. Negli uffici climatizzati delle cancellerie internazionali si stringono mani e si firmano bozze di accordi, mentre l'inchiostro dei trattati economici si mescola, in un contrasto agghiacciante, con il sangue che cola dai patiboli di Teheran.
Mentre la comunità internazionale stringe accordi con l'Iran per porre fine ai conflitti e sbloccare le sanzioni sul petrolio, il regime di Teheran usa il paravento della guerra e delle tensioni internazionali per compiere un massacro silenzioso tra le proprie mura. Dietro i sorrisi della diplomazia si nasconde il volto feroce di uno Stato che impicca i propri figli, trasformando la giustizia in uno strumento di terrore di massa.
La macchina della morte iraniana non si ferma, anzi accelera, forte dell'impunità garantita dalle distrazioni globali. Nelle ultime ore, la scure del regime si è abbattuta con violenza spietata. Abbas Akbari Feyzabadi è stato impiccato. La sua colpa, secondo i giudici di regime, sarebbe l'attivismo nelle proteste dello scorso gennaio, esplose a causa di un'iperinflazione soffocante che toglie il pane di bocca alle famiglie. Abbas è stato accusato di moharebeh, "inimicizia contro Dio". Una formula teocratica per mascherare l'omicidio di Stato di un uomo che chiedeva solo un futuro dignitoso. Il suo processo si è svolto nell'ombra: nessuna difesa indipendente, nessuna trasparenza, solo lo spettro di confessioni estorte nel buio di una cella.
Pochi giorni dopo, la stessa sorte è toccata a Mojtaba Kian, giustiziato con l'accusa di spionaggio a favore di Israele e Stati Uniti. La sua colpa reale? Essere stato inghiottito dagli ingranaggi della paranoia bellica del regime. Arrestato durante le fiammate del conflitto, Kian è stato mandato al patibolo in meno di 50 giorni dal suo arresto. Una giustizia sommaria, feroce, priva di appello, concepita non per accertare la verità, ma per lanciare un segnale di terrore.
L'eco di questa violenza risuona anche nei corridoi del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, dove il giudice Salavati ha condannato a morte altri quattro giovani per i fatti del quartiere Ekbatan, legati alle storiche proteste del movimento "Donna, Vita, Libertà" nate nel 2022 dopo l'uccisione di Mahsa Amini. Milad Armoon, Navid Najjaran, Mehdi Imani e Seyed Mohammadmehdi Hosseini sono oggi quattro nomi su una lista d'attesa della morte. Le loro condanne sono state comunicate verbalmente, senza avvocati, come se la vita di quattro ragazzi non meritasse nemmeno il peso della carta scritta.
Il regime sa che il mondo non deve vedere. Per 88 giorni, dal 28 febbraio fino alla parziale riapertura del 26 maggio, Teheran ha imposto un blackout totale della rete Internet. Novanta milioni di persone sono state isolate dal resto del pianeta. Non si è trattato solo di censura, ma di una precisa strategia militare per coprire crimini di diritto internazionale. Chiunque abbia tentato di bucare quel muro digitale usando una VPN è stato marchiato come "traditore", rischiando la pena capitale per spionaggio.
Amnesty International e le organizzazioni per i diritti umani sono cambiate in presidi di raccolta di storie disperate, frammenti di verità strappati al silenzio grazie a fonti esterne e parenti in lacrime. I dati che emergono da questo isolamento sono agghiaccianti:
Oltre 6.500 persone arrestate dal 28 febbraio, definite in blocco "spie e mercenari". Circa 600 esecuzioni dall'inizio dell'anno, una mattanza che non risparmia nemmeno i minorenni. Almeno 39 prigionieri politici messi a morte dall'inizio dell'escalation bellica. Dietro questi numeri ci sono i volti e le storie di chi scompare nel nulla. L'avvocata Nasrin Sotoudeh è stata inghiottita dal sistema per sei settimane prima di essere rilasciata su cauzione. Di attiviste come Astareh Ansari, Elham Zera'tpisheh e della giornalista cristiana Mary Mohammadi si sono perse le tracce, svanite nei centri di detenzione segreti dei Guardiani della Rivoluzione.
La tortura è la regola costante, percosse, finte esecuzioni, isolamento prolungato, privazione di cibo e cure mediche. Nei video trasmessi dalla televisione di Stato, i detenuti appaiono visibilmente provati, con gli occhi spenti di chi è stato spezzato nell'anima prima di confessare colpe mai commesse davanti a una telecamera. Molti non arrivano nemmeno al patibolo. Hesam Alaeddin, arrestato solo perché cercava notizie del fratello, è stato riconsegnato alla famiglia dentro una bara. Stessa sorte per Hossein Ghavi, colpevole solo di aver filmato con il proprio telefono i danni di un bombardamento.
Mentre le grida dei condannati si spengono nelle prigioni di Evin e Qom, nelle sale della diplomazia internazionale si respira un'aria diversa. Stati Uniti e Iran sono vicini a firmare la cosiddetta "Dichiarazione di Islamabad", un accordo preliminare mediato dalle potenze regionali per congelare il conflitto e normalizzare i rapporti.