C’è qualcosa di profondamente affascinante nella notte. Cupa, scura, silenziosa, così avvolgente e suggestiva da risultare quasi mistica. Quando arriva la sera, con l’avanzare delle ore, mi pare ogni volta di affrontare un viaggio solitario, dannato e bellissimo, col mio inconscio come Caronte a traghettarmi lungo un fiume nero nero, illuminato dal riflesso di una manciata di stelle. Lenta mi immergo, scivolo, sprofondo, annego all’ombra dei miei ricordi più dolorosi, taglienti come una lama che mi trafigge il petto. Poi, colpo dopo colpo, finalmente all’alba rinasco.
Ma per la regista svizzera Jacqueline Zünd, invece, la notte è assenza di emozione, è la morte dell’animo umano, che appassisce come una pianta lontana dalla luce solare. Per il suo primo lungometraggio di finzione, intitolato Don’t Let the Sun, ha sviluppato una sceneggiatura, scritta a quattro mani con Arne Kohlweyer, ambientata in un futuro prossimo dove le ore notturne hanno sostituito quelle diurne, uccidendo, passo passo, l’interiorità, le capacità di attaccamento e la gioia.
Le temperature hanno raggiunto livelli così estremi da costringere la popolazione globale a rintanarsi nelle proprie case. Dall’alba al tramonto, le persone trovano rifugio all’ombra delle loro abitazioni. Quel che prima si faceva di giorno, ora lo si fa di notte. Tutta la felicità sembra essere svanita, come disintegrata dai roventi raggi del sole. Jonah (Levan Gelbakhiani) lavora per una rental family, un’agenzia ove è possibile affittare qualcuno per fargli interpretare il ruolo di un parente stretto o di un amico. Cleo (Agnese Claisse) è una giovane mamma grazie all’inseminazione artificiale. Madre di Nika (Maria Pia Pepe), una bambina di nove anni molto intelligente, ma sempre triste, decide di affidarsi all’agenzia e di noleggiare Jonah affinché diventi il padre temporaneo di sua figlia. Nonostante le reticenze iniziali, quel che doveva essere un incarico come tanti finirà con l'aprire una crepa nel cuore di entrambi, facendosi spazio nell'accidia.
Per Jacqueline Zünd la notte sembra essere una sorta di ossessione: difatti, ha cominciato la sua carriera col documentario Goodnight Nobody (2010), che segue quattro individui che soffrono d’insonnia. Mentre il resto del mondo dorme, i suoi protagonisti trovano piccoli escamotage per affrontare l’incapacità di prendere sonno. Nell’intimità notturna, con la ricostruzione di una routine isolata, il documentario mostra allo spettatore un intreccio emotivo che racconta la solitudine di chi vive lontano dal giorno.
Sarò sincera: dopo aver visto il trailer di Don’t Let the Sun, avevo delle aspettative altissime. Il soggetto è basato su una malinconica distopia, disseminata d’angoscia e da una trattenuta fame d’amore. Il punto di partenza perfetto per narrare il tracollo esistenziale verso il quale stiamo rovinosamente precipitando da anni. Jacqueline Zünd, attraverso una regia che predilige il minimalismo spoglio, costruisce l’identità dell’opera facendo ruotare tutto intorno al meccanismo di sottrazione. Silenzi prolungati, luci fredde con tonalità desaturate, lunghe attese nello sviluppo narrativo. Finanche le riprese risultano immobilizzate in una staticità che bracca i protagonisti in un’atmosfera densa e opprimente. È come se i personaggi venissero compressi all’interno di ambientazioni chiuse, anche quando si muovono all’aria aperta, simili a sardine inscatolate in un contenitore di latta.
Evidentemente, l’intento era quello di mantenere il focus sulla graduale riapertura ai sentimenti, ma il risultato, a parer mio, somiglia più a una privazione anoressica dell’appetito. Manca la fame, l’impeto, l’impulso a cercarsi per la necessità umana di contatto. Non so voi, ma io, quando entro in sala per assistere alla proiezione di un film drammatico, avverto l’urgenza emotiva di scavare a mani nude nella disperazione. Don’t Let the Sun è piatto, inesorabilmente lento, freddo come un tavolo settorio sul quale l’animo umano viene dissezionato in modo chirurgico, senza commozione. Niente pathos, nessun nodo alla gola, neppure una minima stretta allo stomaco. Peccato. 2,5 stelle su 5.