A Tallinn, da fine aprile, sui pali pubblicitari della città sono comparsi cartelloni con volti giovani, sorrisi calibrati, e tre parole che si alternano: libertà di parola, libertà di stampa, libertà di scienza. Sopra, scritto in inglese, lo slogan «proteggiamo ciò che conta». Sotto, l'azzurro della Commissione europea.
A un certo punto è andato in onda Villem Valme, direttore creativo dell'agenzia estone Tank, intervistato dalla televisione pubblica locale. Ha guardato i suoi connazionali e ha detto: «è una campagna noiosa, impersonale, come l'Unione europea stessa: gli annunci di solito assomigliano al cliente».
Costo dell'operazione: trenta milioni di euro prelevati dal bilancio comunicazione di Bruxelles. Durata: dal 20 aprile al 21 giugno 2026, 3.650 città in tutti e ventisette gli stati dell'Unione, 75.440 pannelli affissi, perfino la facciata del Berlaymont, il palazzo di vetro della Commissione, ricoperta dalla pellicola della campagna. A disegnarla quattro agenzie del gruppo Havas, francese di Parigi. A scrivere la cornice narrativa, quella formula «proteggiamo ciò che conta» che la Commissione sta declinando in più capitoli (sicurezza, difesa e adesso democrazia), è stata una società di consulenza politica tedesca, 365 Sherpas, con sedi a Berlino e Bruxelles, iscritta al registro europeo dei portatori di interesse: in italiano corrente, una società di lobby.
Trenta milioni, per fare i conti, sono il doppio del bilancio annuale del Mediatore europeo, l'ufficio di Strasburgo che indaga sui casi di cattiva amministrazione segnalati dai cittadini contro le istituzioni dell'Unione e che nel 2024 si è dovuto bastare con 13,8 milioni. Nello stesso periodo, il 18 marzo 2026, la rete antirazzista European Network Against Racism, fondata nel 1998 e per quasi tre decenni sostenuta dai grant strutturali della Commissione, ha aperto un'asta di sopravvivenza pubblica per raccogliere 50.000 euro: il minimo per non chiudere gli uffici, dopo che la stessa Commissione le ha tolto il sostegno strutturale. Trenta milioni per la comunicazione, cinquantamila per chi monitora il razzismo in ventotto paesi. È in questa forbice che la parola democrazia smette di essere un valore e diventa una voce di bilancio.
C'è un episodio, sepolto nei verbali del Garante europeo della protezione dei dati, che spiega cosa si compra davvero con quei trenta milioni. Tra il 15 e il 28 settembre 2023 la direzione affari interni della Commissione, allora guidata dalla socialdemocratica svedese Ylva Johansson, ha pagato per far girare su X in otto paesi europei (Belgio, Cechia, Finlandia, Francia, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia, Svezia) una campagna a sostegno della legge contro l'abuso sessuale dei minori online. Su questo nessuno avrebbe avuto da obiettare. Solo che la Commissione aveva chiesto alla piattaforma di profilare gli utenti europei in due modi opposti. Da una parte, una lista di quarantaquattro segmenti da escludere dal pubblico-bersaglio, trentasei politici e sei religiosi: Qatargate, Brexit, Marine Le Pen, Alternativa per la Germania, Vox, Giorgia Meloni, perfino la parola «christian», più il primo ministro ungherese Viktor Orbán. Dall'altra, una lista di parole e di account da includere: partiti dichiaratamente pro-europei e organi istituzionali. Lo spot, in pratica, andava cercato e mostrato a chi l'algoritmo già classificava come pro-Unione; veniva nascosto a chi, sull'algoritmo, risultava conservatore.
La cosa l'ha scoperta un ricercatore olandese, Danny Mekić, incrociando documenti pubblici e contratti pubblicitari. La denuncia l'ha depositata il 16 novembre 2023 l'austriaco Max Schrems, lo stesso che già aveva fatto cadere due volte gli accordi sui dati fra Europa e Stati Uniti. Il Garante ha lavorato per tredici mesi e il 13 dicembre 2024 ha emesso la sua decisione: la Commissione europea ha violato l'articolo 10 del proprio regolamento sulla protezione dei dati, perché ha dedotto le opinioni politiche e religiose dei cittadini europei dai loro interessi commerciali, li ha schedati in segreto, e li ha esclusi da un messaggio pubblico in base alla loro presunta opinione. Sanzione: un richiamo. Niente multa, perché nel frattempo la pratica era stata interrotta. Un'azienda privata, per la stessa identica violazione, avrebbe pagato fra sei e sette zeri. L'istituzione che scrive le regole se l'è cavata con una tirata d'orecchi.
Per capire quanto in profondità sia arrivata l'abitudine, bisogna sfogliare uno studio uscito il 16 settembre 2025 sulla Rivista internazionale di politiche dei consumatori. Lo firmano quattro ricercatori, tre olandesi e un tedesco, finanziati da un grant europeo per la ricerca, HUMANads. Hanno chiesto ai ministeri olandesi, otto in tutto, di consegnare tutti i contratti firmati con i creatori di contenuti fra il 2020 e il 2024. Sono tornati a casa con 1.302 pagine e i nomi di 112 creator ingaggiati dallo Stato per raccontare ai propri cittadini la politica sanitaria, energetica, migratoria, climatica. Senza un registro pubblico, senza tariffari ufficiali, senza una regola che dicesse quando il creator stava facendo informazione e quando pubblicità a pagamento.
L'Olanda l'ha fatto perché qualcuno ha chiesto. Gli altri ventisei stati e Bruxelles in quanto tale, no. Per loro l'elenco dei creator pagati con denaro pubblico, e il valore di quei contratti, semplicemente non esiste in forma aggregata. C'è perché il legislatore europeo, quando ha scritto il regolamento sulla trasparenza della pubblicità politica entrato in vigore il 10 ottobre 2025, ha previsto un'eccezione al secondo comma del terzo articolo: le comunicazioni delle pubbliche amministrazioni non rientrano nella legge. Un ragazzo che pubblicizza un dentifricio risponde alle norme sulle pratiche commerciali sleali. Un ragazzo che pubblicizza una direttiva europea su immigrazione, difesa o regolazione del web, no. Nessuno deve sapere chi lo paga, quanto, per cosa.
Il 12 novembre 2025 la Commissione ha pubblicato lo Scudo europeo per la democrazia, un documento che mette in fila una cinquantina di azioni e che, fra gli strumenti che propone, prevede una rete di influencer volontari «pronti a difendere la verità contro la disinformazione». Lo presenta il commissario Michael McGrath, irlandese del partito Fianna Fáil, in carica dal 1° dicembre 2024. Il Comitato economico e sociale, che riunisce sindacati e datori di lavoro, ha incaricato il tedesco Christian Moos di scrivere il parere ufficiale e Moos, alla fine, ha consegnato un testo che dice in burocratese una cosa sola: lo Scudo è più scenografia che impalcatura.
Lo confermano due voci che non sono sospette di euroscetticismo. L'organizzazione EU DisinfoLab, che monitora la disinformazione a Bruxelles, il 26 novembre 2025 ha scritto che «lo Scudo manca delle nuove capacità che prometteva». Il Centro Jacques Delors, il pensatoio europeista per definizione, il 12 dicembre ha intitolato il proprio commento «Carta da parati sulle crepe». Significa: si rifà la facciata, ma le crepe nella casa restano.
Quali sono, le crepe. Il 7 aprile 2025 la Corte dei Conti europea ha pubblicato un rapporto in cui certifica che fra il 2021 e il 2023 alle organizzazioni non governative sono andati 7,4 miliardi di euro di soldi europei: quattro virgola otto dalla Commissione, due virgola sei dagli stati, senza, scrive la Corte, garanzie sufficienti sulla tracciabilità dei beneficiari e sull'effettivo impiego dei fondi. La stessa Corte, il 8 luglio 2024, aveva dichiarato «non funzionante» l'intero sistema di controllo dei fondi di coesione, quelli che dovrebbero riequilibrare il continente: errore di spesa al 6,4% nel 2022, al 9,3% nel 2023. Nello stesso ottobre 2025, due ong di sorveglianza, Corporate Europe Observatory e LobbyControl, hanno contato che il solo settore tecnologico, a Bruxelles, spende 151 milioni di euro l'anno per influenzare il legislatore europeo. Il 20 maggio 2026 una società di lobbying svedese, Kreab, da quarant'anni consulente della Commissione, ha inaugurato un ufficio a Riyadh in convenzione con il ministero della comunicazione saudita per agganciare al mercato europeo il piano del principe ereditario. Stessa azienda, due committenti, nessun obbligo di dichiararlo.
Tre dossier che raccontano la stessa storia. Le istituzioni europee profilano i propri cittadini per provare a convincerli, e quando vengono scoperte si infliggono un rimprovero. Pagano ragazzi e ragazze con i nostri soldi perché su un cellulare ci raccontino una versione degli eventi che la legge sulla trasparenza ha gentilmente esonerato dall'obbligo della trasparenza. Tagliano i fondi alle reti civiche che da decenni dicono cose scomode, sui rom, sull'alcol, sul lobbying, e firmano contratti milionari con le agenzie che vendono pubbliche relazioni anche ai regimi che la stessa Unione condanna nei suoi comunicati ufficiali.
Due mesi fa, il 14 marzo 2026, è morto a Starnberg a novantasei anni il filosofo tedesco Jürgen Habermas, l'uomo che nel 1962 aveva scritto che la legittimità della democrazia nasce dalla discussione pubblica fra cittadini, non da una storia ben raccontata. Manifatturare la fiducia è il contrario di costruirla. E sopra il Berlaymont, nelle prossime settimane, resterà appesa una pellicola da trenta milioni di euro che invita i giovani europei a difendere ciò che conta. Resta da capire chi, là dentro, abbia ancora la forza di ricordarsi cosa contava.