Al centro del cinema di Almodóvar ci sono sempre state delle donne afflitte da un grave tormento interiore. I suoi personaggi femminili sono puntualmente molto vicini a un tracollo psichico o a un severo esaurimento nervoso. Dopo più di venti pellicole, a guardarle tutte insieme, pare che facciano parte di un universo scuro come la notte dove loro, stelle luminosissime, esplodono una a una, simili a scoppiettanti fuochi d’artificio coloratissimi. Pedro le sue muse le vuole febbricitanti, indomabili, tenaci, a volte un po’ squilibrate, ma vispe, alimentate da un incendio che gli divampa in petto a ogni sospiro. C’è qualcosa in ciascuna di loro che mi fa pensare ai dipinti pop surrealisti di Viveros.
È evidente che per Almodóvar la pazzia è femmina ed è così dannatamente affascinante da averne fatto il punto cardine della sua carriera. I ruoli maschili all’interno delle sue opere spesso sono marginali, delle figure accessorie trainate al guinzaglio come fossero animali da compagnia. Chiudendo gli occhi, se penso alla sua filmografia, d’istinto mi appare in mente una tela dipinta a olio di un rosso melagrana, a pennellate grezze, ruvide, spesse, e degli schizzi violenti color ceruleo, verde acido, arancio, giallo ocra. I suoi film sono un concentrato di emotività pura, come una polvere d’oro lanciata negli occhi dello spettatore.
E se La Stanza Accanto (2024) non mi aveva convinta, lasciandomi a bocca asciutta, proprio quando ero entrata in sala maledettamente assetata di pathos, Il suo ultimo lungometraggio, Amarga Navidad, mi è entrato in petto come una freccia scoccata da un cacciatore ai danni di una cerva.
Elsa (Bárbara Lennie) è una regista di spot pubblicitari di mezza età. Convive col giovane fidanzato Bonifacio (Patrick Criado), un pompiere che, per arrotondare, lavora nel weekend come spogliarellista. Elsa, dopo due film andati male, ha lasciato la carriera cinematografica, costretta a ripiegare sulla pubblicità pur di non rinunciare del tutto al suo mestiere. Da circa un anno soffre di emicranie fortissime, che la fanno piombare in un grave stato d’ansia, quasi ingestibile. Bisognosa di prendersi una pausa, parte per Lanzarote insieme alla migliore amica Patricia (Victoria Luengo) e lì, improvvisamente, avverte uno slancio creativo che la spinge a scrivere una nuova sceneggiatura. Però, al centro della trama c’è la vita coniugale di Patricia e questo incrinerà i rapporti fra le due. Eppure Elsa in realtà non esiste, è frutto dell’immaginazione di Raúl (Leonardo Sbaraglia), un acclamato cineasta spagnolo. Lei è il suo alter ego femminile, protagonista del suo ultimo soggetto. Ma non è che anche lui sta sfruttando le vicende personali di qualcuno vicino a sé per ritrovare l’ispirazione artistica?
Da scrittrice mi sono chiesta tante volte quanto sia corretto rubare dall’intimità altrui per creare una storia. Nel mio caso, la fantasia ha sempre elaborato per me, in forma del tutto autonoma, delle vicende brutalmente drammatiche, costringendomi la maggior parte del tempo a subire dei pensieri cupi e opprimenti. Il melodramma vive nella mia testa, come condizione a sé, senza andare a pescarlo dalle esperienze degli altri. Ma non per ogni scrittore vale altrettanto; c’è chi, invece, ha bisogno di rielaborare il contesto che lo circonda proprio per un’urgenza creativa. Nessuno dei due sistemi è migliore dell’altro, ma c’è da domandarsi se sia giusto sacrificare il diritto alla propria riservatezza a servizio dell’inventiva di un artista.
E Pedro Almodóvar, in Amarga Navidad, dove per fortuna pare essersi ritrovato, indaga anche lui su questo. La sceneggiatura, scritta di suo pugno, è dichiaratamente autobiografica, ma nel senso dell’autofiction. Raúl è una proiezione di sé, del proprio vissuto, delle sue esperienze con le crisi psichiche e lavorative, dei problemi d’ansia e gli attacchi di panico sperimentati in prima persona, del conflitto tra il rispettare l’intimità dei suoi cari e lo smembrare le loro esistenze per farne un pezzo da inserire in una creazione.
L’aspetto geniale di Amarga Navidad sta nel non farti capire fino a un certo punto di cosa voglia parlarti davvero. Nel primo atto ti ritrovi preda di un vortice di emozioni tristi e ansiogene, che ti prende per mano e ti trascina all’interno di una narrazione che pare svilupparsi lungo un sentiero anche troppo lineare. Difatti non sono i dialoghi a colpirti, ma piuttosto il dolore che traspare dallo sguardo sofferente delle nuove marionette di Almodóvar. Gli splendidi occhi profondi di Bárbara Lennie, costantemente sull’orlo di un trattenuto pianto disperato, ti straziano l’anima e questo sembra sufficiente a reggere l’intero film. Eppure si avverte la mancanza di qualcosa nella trama, finché non sopraggiunge il finale che scioglie ogni incertezza: è lì che comprendi quanto diabolico e sottile sia stato Almodóvar. L’opera è come doveva essere, lasciando che l’assenza di completezza iniziale rappresenti appieno il significato dell’epilogo. 4 stelle su 5.