24 May, 2026 - 09:00

Il laboratorio belga delle “istituzioni multilivello”

Il laboratorio belga delle “istituzioni multilivello”

Il Belgio non è più uno Stato-nazione nel senso europeo classico del termine. Da molti anni è qualcosa di particolarmente diverso, ovvero una macchina istituzionale che i politologi definiscono “post-nazionale” che continua a funzionare pur avendo progressivamente smarrito alcuni architravi strutturali ordinamentali che normalmente tengono insieme uno Stato moderno. 

Negli ultimi anni, e soprattutto tra il 2014 e il 2026, questa trasformazione è diventata evidente. La storica rivalità tra fiamminghi e valloni, formula ormai insufficiente e quasi esclusivamente di banalizzazione giornalistica, è un ricordo marginale. La metamorfosi istituzionale belga contemporanea riguarda la ridefinizione stessa del concetto di sovranità dentro l’Europa attuale.

La letteratura più recente sul Belgio utilizza sempre più il linguaggio del “della “frammentazione multilivello”. È un cambiamento terminologico importante, perché riflette una mutazione strutturale: il Belgio non è diviso soltanto lungo linee linguistiche, ma lungo linee fiscali, demografiche, economiche e culturali che tendono a sovrapporsi e a rafforzarsi reciprocamente tra i vari enti pubblici locali.

Ma per capire la politica belga dell’ultimo decennio bisogna partire da un dato fondamentale: il Belgio è probabilmente il caso più avanzato di federalismo competitivo in Europa. Le sue regioni chiedono certamente autonomia ma competono, concorrono tra loro per definire modelli differenti di società, welfare, fiscalità e integrazione. È questo il vero cuore della sfida politica contemporanea. 

La storia come sempre ci fa capire da quali fatti partire nell’analisi.

Le elezioni federali del 2014 segnarono l’inizio della nuova fase politica. La vittoria della Nieuw-Vlaamse Alliantie (N-VA) di Bart De Wever rappresentò molto più dell’ascesa di un partito nazionalista fiammingo. Fu il momento in cui il nazionalismo delle Fiandre smise di essere soltanto forza antisistema e iniziò a concepirsi come possibile architettura di governo. La scelta della N-VA di entrare nella coalizione guidata da Charles Michel ebbe un significato strategico enorme, governare lo Stato federale non per rafforzarlo, ma per ridefinirlo dall’interno.

Qui emerge una delle caratteristiche più sofisticate del nazionalismo fiammingo contemporaneo. A differenza del separatismo catalano o scozzese, la N-VA non ha mai perseguito prioritariamente una secessione sentimentale o identitaria. Gli studi più recenti definiscono questa strategia “confederalizzazione incrementale”: svuotare progressivamente il livello federale trasferendo competenze sempre più ampie alle regioni. 

Per comprendere la forza di questa linea politica bisogna osservare la trasformazione economica del Belgio negli ultimi trent’anni. Le Fiandre sono ormai pienamente integrate nel sistema produttivo dell’Europa nord-occidentale: logistica avanzata, industria ad alta specializzazione, porti strategici come Anversa e una forte interconnessione con l’economia tedesca e olandese. La Vallonia, al contrario, continua a subire gli effetti storici della deindustrializzazione post-carbonifera e siderurgica.

Questa divergenza economica ha prodotto una conseguenza politica decisiva, la territorializzazione della questione fiscale. Nella percezione di larga parte dell’opinione pubblica fiamminga, il Belgio federale è diventato un meccanismo permanente di redistribuzione verso sud. La letteratura contemporanea sul welfare belga parla apertamente di “institutional moral hazard”. In sostanza, le regioni economicamente più forti ritengono che il sistema incentivi la dipendenza finanziaria di quelle più deboli, mentre le regioni beneficiarie percepiscono le richieste fiamminghe come una progressiva erosione della solidarietà nazionale.

È qui che il “conflitto concettuale” belga cambia natura. Non è più soltanto identitario, diventa strutturalmente redistributivo.

Tra il 2015 e il 2018 questa tensione si intrecciò con la crisi migratoria europea e con l’impatto degli attentati jihadisti di Bruxelles. Il Belgio scoprì improvvisamente la vulnerabilità delle proprie grandi aree urbane e la difficoltà di integrare comunità sempre più segmentate. In questo contesto il Vlaams Belang, storica estrema destra fiamminga, uscì progressivamente dalla marginalità politica.

L’elemento interessante, però, è che il Vlaams Belang non ha conquistato centralità soltanto attraverso i risultati elettorali. Il partito ha progressivamente spostato l’intero dibattito fiammingo verso temi identitari, demografici e securitari. Studi recenti mostrano come la retorica dell’“Omvolking”, la sostituzione demografica, sia entrata stabilmente nel discorso pubblico delle destre fiamminghe. Questo processo ha avuto conseguenze profonde sul sistema consociativo belga.

Per decenni il Belgio era stato considerato il laboratorio più sofisticato della “consociational democracy” teorizzata da Arend Lijphart: un modello nel quale élite appartenenti a comunità differenti mantengono la stabilità attraverso compromessi permanenti e distribuzione del potere. Ma gli studi del 2025 parlano ormai apertamente di erosione della “consociational mood”, cioè della cultura stessa della mediazione. 

Le istituzioni belghe erano state costruite per amministrare conflitti moderati dentro una cultura condivisa del compromesso. Ma quando il sistema politico si radicalizza, la logica consociativa rischia di trasformarsi in paralisi permanente.

Le elezioni del 2019 mostrarono chiaramente questa modifica di paradigma. Le Fiandre e la Vallonia votarono quasi come se appartenessero a due sistemi politici distinti. Nelle Fiandre avanzarono la N-VA e il Vlaams Belang; in Vallonia resistettero i socialisti francofoni. La formazione del governo richiese mesi di negoziati e produsse infine la coalizione “Vivaldi” guidata da Alexander De Croo: sette partiti, quattro famiglie politiche e un equilibrio estremamente fragile.

La pandemia congelò temporaneamente il conflitto politico. Il COVID rese evidente quanto il Belgio fosse ormai un sistema amministrativamente sofisticato e politicamente frammentato. Le competenze distribuite tra livello federale, regioni e comunità linguistiche produssero spesso sovrapposizioni e inefficienze. Tuttavia il Paese continuò a funzionare in maniera “complessiva”, senza scossoni. È questo il grande paradosso del laboratorio belga, la sua apparente debolezza politico-istituzionale convive con una sorprendente resilienza amministrativa.

Gli studiosi di governance multilivello insistono molto su questo punto. Il Belgio sopravvive perché il potere reale non è concentrato nel governo federale ma disperso in una rete di istituzioni regionali, apparati tecnici, amministrazioni locali e strutture con gangli europei. In un certo senso lo Stato belga ha imparato a funzionare anche in condizioni di quasi-ingovernabilità politica.

Le elezioni del 2024 e la successiva ascesa di Bart De Wever alla guida del governo federale nel 2025 hanno aperto una nuova fase storica. Per la prima volta il nazionalismo fiammingo non si limita più a condizionare il sistema dall’esterno ma ne assume direttamente la direzione politica.

Ma proprio qui emerge l’aspetto più interessante e meno compreso fuori dal Belgio. La N-VA non sembra voler cambiare le fondamenta allo Stato federale, vuole piuttosto trasformarlo in qualcosa di diverso, una struttura minima di coordinamento tra entità quasi autonome. Non più uno Stato nazionale pieno, ma una sorta di innovativa piattaforma istituzionale condivisa.

Tuttavia Bruxelles resta il nodo centrale (e probabilmente ancora immodificabile) di questo progetto. La capitale è simultaneamente centro politico europeo, regione bilingue, motore economico del Paese ed enclave francofona in territorio fiammingo. 

Le nuove generazioni fiamminghe e valloni crescono dunque dentro ecosistemi mediatici completamente separati. Partiti diversi, giornali diversi, priorità diverse, memorie politiche diverse. Sempre meno cittadini percepiscono il Belgio come una comunità politica condivisa di tipo classico.

Ma è proprio qui che il caso belga assume una rilevanza europea molto più ampia.

Perché il Belgio contemporaneo anticipa alcune delle trasformazioni fondamentali dell’Europa del XXI secolo: crisi dello Stato-nazione, frammentazione territoriale del consenso, federalismo competitivo, polarizzazione identitaria, governance multilivello e crescente tensione tra solidarietà fiscale e autonomia regionale.

In questo senso il Belgio non è un assolutamente un “Paese artificiale”. È probabilmente il laboratorio più avanzato della transizione post-nazionale europea. E forse proprio per questo continua a interessare tanto geopolitici, costituzionalisti e teorici dello Stato, perché osservando il Belgio si osserva, in forma concentrata ed avanguardista, il possibile futuro politico del continente.

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