Ci sono uomini che un Paese legge, e poi ci sono uomini attraverso cui una Nazione impara a leggere sé stessa.
I grandi poeti, i pensatori, gli intellettuali, appartengono a questa seconda categoria. Non descrivono soltanto una civiltà e il suo animus: la interpretano, la condensano, le danno una forma spirituale. È per questo che, nella storia europea, i regimi totalitari hanno quasi sempre guardato agli intellettuali autentici con una miscela vischiosa di paura e diffidenza. Il potere tollera volentieri gli artisti decorativi, gli scrittori innocui, gli intellettuali che si limitano a commentare plasticamente il presente senza slanci di passione, ma teme profondamente coloro che riescono a trasformare la parola in coscienza collettiva.
Perché un poeta vero non parla mai soltanto del proprio tempo, racconta di ciò che un popolo rischia di dimenticare.
In questo senso, la figura di Mihai Eminescu occupa un posto particolare nella storia culturale europea. Viene considerato il massimo poeta romeno e la sua opera rappresenta uno di quei rarissimi momenti in cui lingua, identità nazionale e profondità filosofica si fondono in un unico logos.
Eminescu nasce nel 1850, nella Moldavia storica, in una Romania ancora fragile, periferica rispetto a Parigi, Londra, Vienna e Mosca, sospesa tra influenze austro-ungariche, russe e ottomane. È il tempo in cui l’Europa orientale cerca disperatamente di costruire sé stessa attraverso la cultura prima ancora che con la geopolitica. E lui comprende subito un concetto ontologico fondamentale: le nazioni non sopravvivono soltanto con gli eserciti o con le istituzioni, ma attraverso il linguaggio, la memoria e il mito.
Studia a Vienna e Berlino, assorbe il romanticismo tedesco, legge Schopenhauer, attraversa il pensiero europeo dell’epoca con una sensibilità quasi febbrile. Ma invece di diventare il solito intellettuale cosmopolita sradicato, torna alla propria terra. È lì che avviene qualcosa di decisivo e straordinario: Eminescu eleva la lingua romena e la porta a una maturità letteraria che prima semplicemente non esisteva.
Per i romeni, Eminescu non è un poeta, è il poeta.
Un po’ come Dante per gli italiani, Goethe per i germanici, Shakspeare per i britannici o Pushkin per i russi. Una figura che trascende la letteratura e diventa struttura simbolica della Nazione.
Il suo capolavoro, Luceafărul, è forse uno dei testi più profondi del romanticismo europeo tardo ottocentesco. Dentro quel poema c’è tutto, il desiderio dell’assoluto, la malinconia del genio, la distanza tra l’uomo comune e chi vede troppo lontano. Ma il punto centrale è un altro, Eminescu scrive sempre come se la poesia fosse una responsabilità storica, non un esercizio estetico.
Ed è qui che entra in collisione con il potere. Da giornalista, editorialista, osservatore politico. Al quotidiano Timpul sviluppò una critica severa verso le pressioni imperiali che schiacciavano l’identità romena. Denunciava l’aggressività geopolitica russa, guardava con sospetto Vienna, difendeva la continuità culturale romena in territori contesi.
E’sempre magnificamente interessante notare come i grandi intellettuali perseguitati o osteggiati nel passato abbiano quasi sempre questa caratteristica: vedono prima degli altri le fratture profonde della storia.
Il Potere ragiona sul presente, i poeti autentici ragionano sul destino. Per questo diventano scomodi.
La vicenda umana di Eminescu assume poi contorni quasi tragici. Nel 1883 viene colpito da una grave malattia mentale che interrompe brutalmente la sua attività pubblica. Morirà a soli trentanove anni, lasciando dietro di sé un’aura quasi sacrale e tanti dubbi riguardo la sua dipartita misteriosa.
Ed è qui che la storia compie uno dei suoi paradossi più frequenti.
Gli stessi mondi politici che diffidavano della forza viva del poeta, lo osteggiavano, lo boicottavano, iniziano progressivamente a trasformarlo in monumento nazionale. La sua figura viene reinterpretata, selezionata, adattata. Prima dai nazionalisti, poi persino dal regime comunista romeno, che prova a inglobarlo nella propria narrazione ideologica.
È il destino tipico dei grandi intellettuali; quando non possono essere cancellati, vengono addomesticati.
Ma i veri poeti sfuggono sempre completamente a ogni appropriazione politica. Perché la loro grandezza non risiede nelle ideologie del tempo, bensì nella capacità di parlare alle (e delle) inquietudini permanenti dell’uomo.
Eminescu, per esempio, resta ancora oggi una figura discussa. Alcune sue posizioni politiche vengono criticate, soprattutto per certi aspetti ideologici presenti nel clima culturale europeo del XIX secolo. Eppure la sua centralità non diminuisce.
Perché le civiltà mature non cancellano i propri giganti, li studiano nella loro interezza, nelle loro luci e nelle loro ombre. Forse è proprio questa la differenza tra propaganda e cultura.
La propaganda semplifica e mistifica, la cultura comprende e profonde il vero.
Ed è qui che il confronto con il presente diventa inevitabile.
Oggi viviamo in un’epoca paradossalmente povera di dissenso intellettuale autentico, non partigiano o prezzolato. Non perché manchino gli opinionisti, anzi, proliferano, ma perché troppo spesso l’intellettuale contemporaneo preferisce la prossimità al potere (sovente mediatico) alla fatica dell’indipendenza. Si costruiscono carriere sulla conformità e la omologazione, si difendono appartenenze invece di idee, si coltiva l’accesso ai salotti invece del coraggio della solitudine.
Il risultato è una generazione di lacchè culturali elegantemente travestiti da analisti. Prodotti di fabbrica pronti a parlare di libertà purché non costi nulla.
Pronti a firmare manifesti purché non mettano a rischio posizioni, relazioni, incarichi o rendite simboliche.
E invece la vera onestà intellettuale comincia precisamente nel momento in cui una posizione personale comporta un prezzo.
Per questo figure come Pietrangelo Buttafuoco, al di là del consenso o del dissenso che possono generare, finiscono per rappresentare qualcosa di raro nel panorama contemporaneo italiano; la volontà di rivendicare una propria autonomia culturale senza piegarsi completamente alle liturgie ideologiche dominanti, anche in contesti delicati e simbolicamente esposti come la Biennale di Venezia.
Non si tratta di condividere tutto.
Si tratta di riconoscere il valore, ormai rarissimo, di chi accetta il rischio dell’impopolarità pur di restare coerente con la propria visione. I grandi poeti e i grandi intellettuali non sono mai stati funzionari del consenso.
Sono stati uomini disposti a perdere qualcosa pur di non perdere sé stessi. Ed è forse proprio questa la lezione più attuale di Eminescu.
In fondo, tutti i dogmi del potere di turno passano, tutte le conformità culturali invecchiano, tutte le mode pseudo-sub-culturali evaporano.
Resta soltanto chi ha avuto il coraggio di dire la verità della (e sulla) propria epoca senza chiedere il permesso.