Nel 1988 They Live, tradotto in Italia come Essi vivono, John Carpenter, genio incontrastato della distopia e della cultura cine-avanguardista degli anni 80, mise in scena una delle più feroci allegorie politiche e culturali del tardo Novecento. Dietro l’estetica ruvida del cinema di genere e la trama apparentemente fantascientifica, Carpenter costruì un apologo sul conformismo, sulla manipolazione invisibile e sull’assuefazione delle masse al dominio. Gli alieni che governano il mondo non sono mostri deformi e spettacolari, sono manager, pubblicitari, finanzieri, volti perfettamente integrati nel paesaggio del capitalismo avanzato. Il loro potere non viene esercitato ed imposto con la violenza esplicita, ma attraverso messaggi subliminali disseminati ovunque: “OBEY”, “CONSUME”, “MARRY AND REPRODUCE”, “WATCH TELEVISION”.
L’intuizione carpenteriana, come sempre gli è accaduto per ogni suo film, rendendolo il più grande in assoluto sui generis, anticipava qualcosa che oggi appare persino banale nella sua evidenza: il dominio moderno non ha più bisogno della coercizione permanente. È sufficiente orientare desideri, paure e linguaggi. La società contemporanea non si regge soltanto sulla forza delle istituzioni, ma sulla costruzione soft power di un immaginario condiviso nel quale gli individui finiscono per collaborare spontaneamente alla propria subordinazione. La manipolazione più efficace è infatti quella che non viene percepita come tale.
In questo senso, Essi vivono dialoga idealmente con le riflessioni di Guy Debord nella La società dello spettacolo. Debord sosteneva che nelle società moderne la realtà venga progressivamente sostituita dalla rappresentazione; non conta più ciò che è vero, ma ciò che appare credibile, desiderabile, emotivamente efficace. Lo spettacolo è televisione o intrattenimento ma anche il modo stesso in cui il potere organizza il consenso. L’individuo contemporaneo, immerso in un flusso continuo di immagini e slogan, perde la capacità critica e diventa spettatore passivo della propria esistenza.
Questa passività è il terreno fertile sul quale prosperano i falsi demagoghi. Figure che non convincono attraverso argomentazioni solide, ma attraverso semplificazioni emotive, narrazioni identitarie e promesse messianiche. La demagogia moderna non richiede grande profondità culturale, richiede invece la capacità di intercettare frustrazioni diffuse e trasformarle in consenso immediato. Il popolo, ridotto a pubblico, reagisce più agli impulsi che alle idee.
Qui emerge un tema antico quanto la politica stessa, il rapporto ambiguo tra massa e verità. Arthur Schopenhauer guardava con profondo pessimismo alla collettività, ritenendo che gli uomini tendessero naturalmente all’illusione e all’autoinganno. Per il filosofo tedesco, la maggioranza delle masse non cerca la verità, ma il conforto psicologico delle convinzioni condivise. Analogamente, Friedrich Nietzsche denunciava la “morale del gregge”, ossia la tendenza delle masse a rifugiarsi nel conformismo e a diffidare di chiunque metta in discussione le certezze collettive. L’uomo-massa, per Nietzsche, non desidera libertà autentica, ma sicurezza interiore.
Anche José Ortega y Gasset, ne La ribellione delle masse, osservava come la modernità avesse prodotto un individuo convinto di possedere diritti illimitati ma privo di autentica profondità critica. La massa non coincide necessariamente con le classi popolari, può annidarsi nelle élite, nei media, nelle istituzioni. È una condizione spirituale prima ancora che sociale. L’uomo-massa crede di sapere già tutto, e proprio per questo diventa facilmente manipolabile, perché bestiame brulicante di false verità.
La forza dei demagoghi contemporanei nasce da questo vuoto culturale. In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione, dalla polarizzazione permanente e dalla semplificazione algoritmica, il pensiero complesso appare quasi sospetto. Chi offre risposte immediate conquista consenso; chi introduce dubbi viene percepito come debole o banalmente elitario. Ma questa è la complessità, la manipolazione occulta non consiste più soltanto nel censurare le informazioni (scomode), ma nel sommergere la società con una quantità tale di messaggi da rendere impossibile distinguere il vero dal falso.
In questo panorama, la critica di Noam Chomsky ai meccanismi della propaganda appare particolarmente attuale. Chomsky spiegava come il controllo delle opinioni pubbliche nelle democrazie avanzate avvenga attraverso la selezione dei temi, il filtraggio delle notizie e la costruzione di cornici narrative funzionali al potere economico e politico. Non serve imporre una dittatura se si riesce a orientare preventivamente ciò che i cittadini considerano pensabile.
Eppure il punto più inquietante è forse un altro, le masse spesso desiderano essere ingannate. Gustave Le Bon, nel suo studio sulla psicologia delle folle, sosteneva che la folla non ragiona, ma reagisce. Essa cerca simboli semplici, capi carismatici, nemici riconoscibili. La complessità genera ansia; il mito genera appartenenza. È il motivo per cui i falsi profeti, pifferai in pochette, prosperano soprattutto nei periodi di crisi (o presunta tale) offrono ordine emotivo dentro il caos.
L’attualità di Essi vivono risiede precisamente nella sua capacità di mostrare come il dominio moderno sia spesso invisibile, interiorizzato, perfino desiderato. Le celebri lenti indossate dal protagonista rappresentano la presa di coscienza individuale, il costo della lucidità. Vedere davvero il mondo significa infatti rinunciare al conforto delle illusioni collettive e non tutti sono disposti a pagare questo prezzo.
Forse è qui che si consuma il dramma delle società contemporanee, non nella “pochezza” di informazioni, ma nell’incapacità di trasformarle in coscienza critica. Il conformismo non nasce dall’ignoranza assoluta, bensì dalla rinuncia volontaria al dubbio. E come sostiene il grande Carpenter ogni epoca produce i propri alieni, talvolta non arrivano dallo spazio, ma dagli schermi che osserviamo ogni giorno convinti di essere liberi mentre qualcuno, silenziosamente, continua a suggerirci cosa desiderare, chi odiare e soprattutto come pensare.