20 May, 2026 - 08:00

Il duopolio instabile di Stati Uniti e Cina nella nuova transizione del potere globale in piena “seconda guerra fredda”

Il duopolio instabile di Stati Uniti e Cina nella nuova transizione del potere globale in piena “seconda guerra fredda”

Il XXI secolo non verrà probabilmente ricordato come l’età compiuta di un ordine multipolare, bensì come la stagione prolungata e irrisolta di una coabitazione obbligata tra due imperi (per ora) incompiuti. Da un lato gli Stati Uniti, potenza talassocratica che conserva ancora i cardini della centralità globale, lingua, moneta, innovazione tecno-cibernetica, finanza e controllo delle reti informative, rotte satellitari e marittime, ma che avverte il progressivo logoramento della propria egemonia. Dall’altro la Cina, civiltà millenaria riemersa al centro del sistema internazionale dopo il lungo trauma del “secolo delle umiliazioni”, determinata a superare la posizione subordinata occupata nell’ordine occidentale, pur senza aver ancora costruito un’alternativa pienamente sostitutiva.

La contemporaneità si evolve esattamente in questa frizione strutturale: due potenze destinate a misurarsi senza potersi annientare, e al tempo stesso incapaci di riconoscersi reciprocamente come architetti univocamente legittimi dell’equilibrio mondiale.

Per cogliere la natura profonda di tale dinamica è necessario abbandonare una lettura semplificata, ancora diffusa soprattutto in ambito europeo, secondo cui l’ascesa cinese sarebbe un effetto accidentale della globalizzazione. In realtà, essa è anche il risultato di una precisa architettura strategica americana. Con il riavvicinamento nel 1972 tra Nixon e Mao, Washington non si limitò in tal modo a contenere la sfera d’influenza dell’Unione Sovietica, ma avviò la costruzione di un nuovo assetto globale, fondato sull’integrazione (e la sua cooptazione) della Cina nel circuito capitalistico, culminato con l’ingresso nell’OMC ad inizio millennio. Per un lungo periodo storico, tale intuizione parve confermare la superiorità del modello occidentale americano-centrico.

La distribuzione dei ruoli appariva perfettamente funzionale; gli Stati Uniti concentravano consumo, innovazione e potenza finanziaria; la Cina si affermava come piattaforma produttiva e manifatturiera globale. La globalizzazione si traduceva in un sistema di interdipendenza asimmetrica: il mercato americano alimentava l’espansione industriale cinese, mentre i surplus di Pechino sostenevano il debito statunitense attraverso l’acquisto di titoli del Tesoro. Una simbiosi economica senza precedenti nella storia moderna.

Tuttavia, ogni forma di interdipendenza genera nel tempo una redistribuzione della forza. È proprio in questo passaggio che si colloca il fraintendimento strategico delle élite occidentali, la Cina non ha interpretato la propria integrazione nel sistema globale come un punto di approdo, bensì come uno strumento di accelerazione del proprio ritorno alla centralità storica, anche di tipo militare.

Con l’ascesa di Xi Jinping, questa traiettoria è divenuta esplicita e sistematica. Il programma “Made in China 2025” non rappresenta soltanto una strategia industriale e commerciale su scala mondiale, ma una vera dichiarazione di competizione geopolitica: il controllo delle tecnologie avanzate, spazio, semiconduttori, intelligenza artificiale, telecomunicazioni, batterie, cantieristica e risorse critiche/rare diventa il nuovo terreno dello scontro tra potenze. Non solo dunque partecipazione alla globalizzazione, ma progressiva riconfigurazione delle sue infrastrutture logistiche e di soft power sull’intero Pianeta. D’altronde la cristallizzazione della “mentalità capitalista” cinese risale al nostro medioevo, e non si è mai realmente sopita.

È in questa fase che gli Stati Uniti prendono atto di aver contribuito alla nascita di un abile e duro concorrente sistemico. Le politiche commerciali (i dazi) avviate sotto l’amministrazione Trump 1 e proseguite, con differente linguaggio ma analoga sostanza, da quella Bideniana segnano il passaggio dalla globalizzazione “regolata” alla geoeconomia conflittuale in cui il mercato cessa di essere spazio neutrale e torna a essere strumento di potenza e violenza.

In tale contesto, il controllo delle catene di approvvigionamento assume un valore strategico pari a quello che nel Novecento era attribuito al controllo territoriale/coloniale. Le terre rare diventano risorse decisive quanto il petrolio; i semiconduttori si configurano come il nucleo della sovranità tecnologica; il dollaro, infine, rivela ancora (e la Cina lo sa bene) la sua natura di infrastruttura imperiale, insostituibile nella regolazione dei flussi finanziari globali. Tradotto in termini pratici: se Taiwan dovesse scivolare nella sfera cinese gli States perderebbero il principale hub di approvvigionamento di microchip, con le ovvie conseguenze che ne deriverebbero, anche monetarie, per entrambi.

Eppure, il sistema resta segnato (e ristagnare in) da un paradosso fondamentale. La Cina contesta l’ordine americano, ma continua a dipendere da alcuni suoi pilastri essenziali: l’accesso all’enorme mercato consumistico statunitense, la persistenza dell’architettura finanziaria internazionale e la protezione delle rotte marittime garantita dalla superiorità navale americana. Parallelamente, gli Stati Uniti non possono separarsi dalla Cina senza sostenere costi complessivi elevatissimi, essendo le proprie catene produttive il risultato di decenni di integrazione manifatturiera e commerciale.

Ne deriva una condizione inedita, una competizione permanente all’interno di una struttura di dipendenza reciproca. Entrambe le potenze vivono in uno stato di insicurezza strutturale, uno “stallo alla messicana” in cui Washington teme la perdita della propria posizione/superiorità relativa e Pechino teme l’interruzione del proprio percorso ascendente prima del consolidamento definitivo in termini di competitività militare.

Le fragilità americane sono ormai evidenti nella loro esposizione pubblica, la polarizzazione della politica estera, le fratture sociali interne, l’indebolimento del ceto medio e la progressiva erosione della fiducia istituzionale. Quelle cinesi, al contrario, restano più opache ma non meno significative, la crisi immobiliare, gli enormi squilibri demografici, l’emergente disoccupazione giovanile oltre il 20 % e il crescente irrigidimento del controllo politico totalitario.

Ciò che emerge prepotente è che Il tratto distintivo di questo duopolio non risiede dunque nella forza bilaterale, bensì nella vulnerabilità speculare.

In questo quadro, l’Europa appare come l’elemento disallineato del sistema macroeconomico. Pur disponendo di un notevole patrimonio di liquidità, di know out tecnologico e culturale, essa fatica a tradurre tali risorse in capacità strategica autonoma, impiccandosi all’eco-green e altre assurde politiche autodistruttive. Mentre Stati Uniti e Cina agiscono secondo logiche di potenza/impero, sicurezza militare e sovranità industriale, l’Unione Europea tende a interpretare sé stessa come spazio normativo post-politico, spesso inutile, improduttivo, iperburocratico e masochistico. Tale asimmetria rischia di ridurla a semplice teatro inerte della competizione altrui.

Il secolo in corso non sarà, dunque, né il tempo di una supremazia cinese né la prosecuzione lineare dell’egemonia americana? Sarà piuttosto una lunga e laboriosa transizione epocale caratterizzata da un equilibrio instabile tra due poli e due visioni del mondo che si contendono il centro del sistema senza riuscire a rifondarlo?

Probabilmente si, sarà incatenato in un condominio forzato e disordinato del potere globale, un duopolio nervoso e mutevole, attorno al quale si muovono potenze regionali, economie interdipendenti e società sempre più esposte alle oscillazioni della competizione geostrategica.

La cifra autentica del nostro tempo non sarà, con tutta probabilità nel medio periodo, il prevalere del dominio incontrastato di una singola potenza, ma la coesistenza obbligata di due imperi imperfetti, ciascuno definito dallo sguardo dell’altro ed incapace di sottrarsi alle “tempeste” di una guerra a pezzi.

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