19 May, 2026 - 12:48

Consob, Antitrust e legge elettorale: il risiko di Meloni tra Calenda, Salvini e Tajani

Consob, Antitrust e legge elettorale: il risiko di Meloni tra Calenda, Salvini e Tajani

Alla fine il vero problema di Giorgia Meloni non è l’opposizione. È il traffico interno. Un gigantesco raccordo anulare di veti, ambizioni, ripicche e contropartite che ormai paralizza mezzo sottobosco istituzionale della maggioranza. E così la premier prova a stringere i tempi: chiudere entro venerdì la partita della Consob, disinnescare il nodo Antitrust e magari approfittarne pure per capire se con Carlo Calenda esista davvero uno spazio politico più ampio del semplice dialogo sull’energia.
Perché a Palazzo Chigi, ufficialmente, si parla sempre d’altro. Di bollette, di industria, di camionisti, di accise. Ma nei corridoi il dossier vero resta uno solo: le nomine. E dietro le nomine, naturalmente, gli equilibri futuri del potere.
Il Consiglio dei ministri convocato venerdì sera rischia così di trasformarsi nell’ennesima resa dei conti silenziosa dentro la coalizione. Meloni vuole evitare che la pratica Consob continui a trascinarsi come un cadavere politico lasciato in sala d’attesa. Dopo settimane di stallo e dopo il passo indietro del leghista Federico Freni, la sensazione è che la premier voglia arrivare a dama prima che il logoramento diventi ingestibile.


Salvini e Tajani: tregua armata sulle poltrone


La scena è ormai quella classica del centrodestra di governo: sorrisi davanti alle telecamere, coltelli sotto il tavolo. Matteo Salvini e Antonio Tajani si muovono da giorni con prudenza felpata, ma il dossier nomine è diventato terreno minato.
Meloni li ha convocati insieme a Maurizio Lupi per provare a raffreddare la temperatura. Obiettivo: evitare che la guerra delle caselle finisca per trasformarsi in un Vietnam quotidiano per Palazzo Chigi.
In pole per la Consob resta Federico Cornelli, figura che avrebbe il pregio di non incendiare troppo gli equilibri. Ma nelle ultime ore ha ripreso quota anche Donato Masciandaro, economista vicino a Giancarlo Giorgetti, il vero regista silenzioso del potere leghista nei ministeri economici. E quando Giorgetti si muove, nel Palazzo, tutti drizzano le antenne.
Il problema è che la Consob non è mai soltanto la Consob. Ogni nomina trascina l’altra, ogni casella apre un credito politico, ogni scelta produce uno scontento da compensare altrove. Ed ecco allora riapparire il dossier Antitrust, formalmente nelle mani di Camera e Senato ma sostanzialmente intrecciato agli umori della maggioranza.
Qui il nome che circola con più insistenza è quello di Giuseppe Valentino, sponsorizzato da Ignazio La Russa. Tradotto dal linguaggio romano: Fratelli d’Italia vuole presidiare anche quel fortino.


Calenda entra nel gioco del Palazzo


E poi c’è Carlo Calenda. Che continua a ripetere che con Meloni ha parlato “solo” di energia e industria. Formula che a Roma equivale quasi sempre a una semi-smentita preventiva.
Perché il leader di Azione non è uomo da incontri inutili. E soprattutto perché il dialogo avviato durante il premier time della settimana scorsa ha acceso più di una lampadina nel Transatlantico.
Meloni, stretta tra una maggioranza litigiosa e una legislatura ancora lunga, sta infatti ragionando anche su un possibile allargamento tattico delle interlocuzioni parlamentari. Non necessariamente una nuova maggioranza, ma una cintura di sicurezza politica su alcune riforme strategiche. A partire dalla legge elettorale.
Ed è qui che il nome di Calenda smette di essere marginale. Il leader di Azione piace ai mondi produttivi, parla il linguaggio delle imprese e soprattutto offre alla premier un vantaggio prezioso: può dialogare senza l’ossessione identitaria che domina invece i rapporti dentro il centrodestra.


La paura vera: la paralisi


Il punto politico, però, è uno solo: Meloni teme la paralisi. Teme che il combinato disposto tra nomine bloccate, rivalità interne e crisi energetica finisca per restituire l’immagine di un governo immobile.
Per questo accelera. Per questo moltiplica incontri, mediazioni, telefonate. E per questo prova a chiudere entro venerdì almeno una parte del risiko.
Ma nel Palazzo nessuno si illude davvero che basti una nomina per spegnere la guerra fredda nella maggioranza. Perché il sospetto che ormai aleggia tra alleati e colonnelli è che la vera partita non riguardi soltanto la Consob o l’Antitrust.
Riguardi il dopo. Gli equilibri futuri. E soprattutto chi avrà in mano le chiavi del potere quando comincerà la lunga corsa verso il 2027.

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