19 May, 2026 - 11:30

"Mother Mary": il nuovo lungometraggio di David Lowery

"Mother Mary": il nuovo lungometraggio di David Lowery

 Vi è mai capitato di legarvi così tanto a qualcuno che, anche quando i rapporti si sono interrotti, avete continuato a percepirne costantemente la presenza? Vi è mai capitato di subire una rottura così devastante da lasciarvi una cicatrice nell’anima talmente profonda da diventare quasi visibile? Come uno squarcio sanguinante al centro del petto. Ma che cos’è un legame? Per il dizionario indica un vincolo, un'unione o una relazione tra due o più elementi, di natura morale, sentimentale o di parentela.

In realtà esistono alcuni tipi di legame che è impossibile definire a parole. Sono quelli che, nel momento in cui vengono stretti, è come se scivolassero sotto la pelle, insinuandosi nella tua intimità, creando un tessuto compatto tra il muscolo e l’epidermide. E restano lì, come un secondo tessuto muscolare, come se ci fossero sempre stati. Diventano una parte di te a tal punto che sopravvivere a un eventuale distacco potrebbe causarti un dolore addirittura mortale. E questo non solo nell’amore romantico, ma pure nell’amicizia o in un rapporto di parentela.

Forse non vale per tutti, ma alcuni di voi capiranno quando dico che, se hai vissuto quel genere di legame, subirne l’abbandono improvviso ti cambia totalmente la vita. Possono passare decenni, ma quella è una ferita che non guarisce mai. È per questo che condividere un’unione simile equivale a condividere un pasto da affamati, consumato con le mani; voracemente, in silenzio, con gli occhi spalancati e lo sguardo assorto, a bocconi così grandi da non riuscire quasi a masticare. Le connessioni umane possono essere intense quanto spaventose, perché a volte si finisce come cannibali a nutrirsi avidamente l’uno dell’altro.

Per il regista statunitense David Lowery la vera amicizia non è caratterizzata dalla stabilità lineare, piuttosto, è una relazione intima, ambigua, che unisce i lati più oscuri di due individui. È una sorta di esplorazione a due delle proprie identità verso i sentimenti cupi, che condurrebbe a un inevitabile e brutale distacco, pur rimanendo incatenati anche a distanza. In Mother Mary, il suo ultimo lungometraggio, Lowery ha scelto due donne per parlarci della fame che lascia una brusca separazione nella codipendenza emotiva.

Mother Mary (Anne Hathaway) è un’acclamata cantante pop, ormai divenuta icona mondiale della musica. Da qualche tempo però c’è qualcosa che la sta divorando, consumandola fino alle viscere. Un opprimente tormento interiore la sta devastando quotidianamente, riducendola a sopravvivere senza esistere davvero. Scappando di nascosto, va a cercare conforto dall’unica persona che conosca ogni aspetto della sua essenza, ma dalla quale si è allontanata da anni: Sam Anselm (Michaela Coel), sua ex stilista di scena e amica fraterna.

Il nome Mother Mary, che fa riferimento a Maria di Nazareth, non è casuale: il regista ha voluto rifarsi all’ambiente cattolico nel quale è cresciuto. Il film, senza blasfemia, è pieno zeppo di richiami impliciti non soltanto alla figura mariana, ma ad altri simboli sacri, come i solchi sui palmi di Gesù per la crocifissione con i chiodi. Mediante lo spiritismo, David Lowery ha incarnato nelle sue protagoniste il concetto cattolico di espiazione e redenzione delle colpe. Si è inoltre ispirato a Dracula di Bram Stoker (1992), firmato da Francis Ford Coppola, e al documentario Taylor Swift's Reputation Stadium Tour, prendendo spunto dalla popstar per l’ideazione del personaggio principale.

Con un affascinante dosaggio delle luci, la pellicola è caratterizzata da immagini molto belle, ricche di contrasti tra la luminosità e le ombre che creano una vivacità vibrante nei colori, che ricorda quella delle pitture a olio del Quattrocento. Purtroppo però la narrazione a un certo punto sembra smarrirsi, perdendo il focus e riprendendolo solo poco prima del finale. Inoltre il regista si è lasciato un po’ troppo andare all’eccentricità e in alcuni momenti la pellicola risulta eccessivamente stravagante. Ma per Lowery il dolore dell’anima può prendere una forma tanto astratta quanto reale, mostrandosi all’occhio umano proprio con un oggetto che simboleggia ciò su cui si è costruito un legame. In questo caso, un pezzo di stoffa rosso. 3,6 stelle su 5.

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