Se Spalletti la definisce "una grande stagione anche in caso di Europa League", c'è poco da fare, se non rassegnarsi — seppure con rispetto per le opinioni di tutti. Ma chi pensa davvero che alla Juventus il risultato sia un dettaglio e che conti il "gioco"? Ammesso, poi, che questa Juve giochi davvero bene e non sia solo narrazione di parte. Il risultato, cioè la vittoria, procura l'emozione di un arcobaleno dopo il temporale. Il gioco, no. Certo, ovvio: tutti vorrebbero vincere giocando bene, dominando e dando spettacolo. Ma nel calcio italiano angosciato dai soldi della partecipazione alla Champions vive e sopravvive chi "porta a casa la pagnotta", come ha colorito l'immagine Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport. Uscendo dalla metafora, la pagnotta è un posto tra le prime quattro. Il resto sono briciole.
A una giornata dal traguardo, la classifica attuale rischia di diventare la più amara degli ultimi quindici anni. La peggiore in senso aritmetico, perché il settimo posto del 2022-23 fu condizionato dalla penalizzazione: sul campo la Juve era arrivata terza. E così l'attuale stagione bianconera sta per diventare inquietante per sensazioni, prospettive e confronto con il passato. La Juve che dal 2011 al 2020 vinceva scudetti in serie, Coppe Italia, Supercoppe e arrivava due volte in finale di Champions, oggi si ritrova con l'Europa League come possibile consolazione. Che altrove può essere dignitosa; alla Juventus, no.
Il paradosso è che tanti uomini del ciclo vincente, usciti dalla Juve, sembrano aver trovato altrove ciò che a Torino si è perso. Gli ex allenatori Antonio Conte e Max Allegri, sia pure in contesti diversi, stanno centrando i rispettivi obiettivi: il primo ha rialzato il livello del Napoli, il secondo ha rimesso il Milan in una classifica finalmente solida. E lo stesso vale per molti ex dirigenti juventini: Beppe Marotta è diventato il simbolo dell'efficienza interista, Fabio Paratici ha salvato la Fiorentina, il poco appariscente Federico Cherubini ha realizzato il "miracolo Parma", il meno conosciuto Matteo Tognozzi — scopritore di Yildiz e Huijsen, più decine di altri giovani — ha maturato esperienza internazionale e Giovanni Manna ha continuato a crescere al Napoli. Erano, tutti assieme e non solo singolarmente, la piattaforma vincente di una società che è stata spazzata via.
Da quando c'è stata l'irruzione di John Elkann, a scapito di Andrea Agnelli, la Juve è precipitata dentro una stagione permanente di transizione: mercati costosissimi e spesso sbagliatissimi, acquisti da correggere prima ancora di essere valorizzati, strategie annunciate e poi superate, più un via vai continuo di dirigenti. Francesco Calvo, Cristiano Giuntoli, Damien Comolli, Marco Ottolini, François Modesto: nomi, ruoli, poteri, deleghe. Tutto sembra in movimento. E quando tutto si muove troppo, alla fine non si capisce più nulla.
Chi non è negazionista per cieco orgoglio noterà adesso che perfino il tanto denigrato Allegri del triennio-bis juventino, accusato di non proporre, di non modernizzare, di non emozionare, oggi rischia di "rivincere" anche da lontano. Aveva già rivinto, almeno per confronto, sull'erede diretto Thiago Motta. Ora rischia di rivincere pure su Spalletti. Non perché il suo ritorno alla Juve fosse stato perfetto, né perché il passato vada santificato. Ma perché nel calcio reale, non in quello dei manifesti estetici, il risultato pesa. E molte sentenze di ieri, oggi, sembrano meno definitive.
Spalletti, invece, arrivato con l'aura dello scudetto napoletano — il fallimento in Nazionale era stato benevolmente dimenticato — potrebbe ritrovarsi a firmare il peggior piazzamento juventino degli ultimi anni, persino peggiore di Motta e Tudor. Dopo il tracollo con la Fiorentina, ha provato ad assumersi le responsabilità, dicendo di essere il primo colpevole se la squadra non reagisce mentalmente. Ma lo ha fatto dentro un discorso tortuoso, difensivo, contestando l'idea della "partita della vita", parlando di prigione mentale, di sovraccarico emotivo, di calcio raccontato come vita o morte. Tutto difficile da capire. Facile, invece, comprendere che, se la Juve dovesse accontentarsi dell'Europa League, si ritroverebbe con un mercato ridotto, meno appeal e una stagione nuovamente in salita.
Sarebbe sbagliato trasformare Spalletti nell'unico colpevole. Non esiste più considerare l'allenatore della Juventus come uomo della provvidenza, né come parafulmine totale. È stato un errore pensarlo con Motta, rischia di esserlo anche con Luciano. L'allenatore può incidere, può sbagliare, può dare o togliere identità. Ma non può da solo guarire una società che cambia continuamente direzione, né può cancellare mercati sbagliati, gerarchie incerte, catene decisionali opache. Spalletti è molto meglio di ciò che a volte dice, e il suo eventuale insuccesso non può essere liquidato come fallimento personale. Il vero fallimento, semmai, è permettere alla sconfitta di diventare abitudine. L'abitudine, per i tifosi bianconeri, di aprire ormai i social e disperarsi su una Juve irriconoscibile, una società senza rotta, un mercato da rifare ogni anno. C'è chi rimpiange Marotta, chi Conte, chi Allegri, chi semplicemente una qualunque forma di normalità.
Ed è questo il punto più doloroso. Dal 2011 al 2020 la Juventus non partecipava: dominava. Dal 2020 in poi ha cominciato a rincorrere. Oggi rischia di rincorrere anche se stessa, la propria storia, la propria reputazione. Il vero fallimento non è arrivare quarta, quinta o sesta all'ultima curva. Il vero fallimento è non sapere più che cosa si vuole diventare. E scoprire che tanti ex, altrove, una direzione l'hanno trovata. Anzi, trasportata, traslocata: dalla Juventus di Andrea Agnelli. Che non c'è più.