Esiste davvero un modo giusto per lasciarsi o di accettare un rifiuto romantico? In 36 anni me lo sono chiesta spesso. Credo che per ognuno di noi il distacco dalla persona amata abbia un impatto diverso, ma che sia un lutto universalmente complesso da metabolizzare. Oggi però c’è un punto cruciale rispetto a vent’anni fa che complica le cose, a volte portando fino a conseguenze tragiche: i social network e l’uso che ne facciamo, soprattutto nei periodi in cui affrontiamo una rottura sentimentale.
Dodici anni fa, dopo essere stata tradita dal mio ragazzo dell’epoca e subito sostituita con l’amante, nella bacheca di Facebook mi apparve all’improvviso una fotografia di loro due che si baciavano con passione. Ricordo bene che in quell’esatto istante avvertii dapprima un tonfo al cuore, come se si fosse fermato, e poi immediatamente prese a battere a una velocità tale da farmi credere che stessi per morire d’infarto. Da quel momento iniziai a sviluppare una sorta di sana vigliaccheria, che mi porto dietro tuttora, provando il rifiuto per qualunque via di controllo digitale. In generale, non ho mai avuto account fittizi da poter utilizzare per sbirciare nell’ombra gli affari altrui o, nello specifico, dei miei ex, però quel preciso trauma mi ha lasciato una vera fobia che mi fa tenere alla larga dai profili social delle persone con cui interrompo bruscamente i rapporti. Come una forma di autodifesa mentale.
Ma quanta gente può dire altrettanto? Le statistiche degli ultimi quindici anni ci raccontano di un aumento esponenziale dei casi di stalking, ma anche di ansia, attacchi di panico, insonnia e altri problemi connessi alla gestione e al superamento del distacco. Qualche tempo fa ho scoperto che fra amiche è di normale abitudine avere un profilo falso condiviso per poter spiare gli ex e le loro nuove compagne. Ma da quando tutto questo è diventato socialmente accettabile, al punto da rivendicarlo con vanto? La facile reperibilità online e la costante esposizione virtuale hanno reso quasi impossibile allontanare i pensieri da chi è oggetto delle nostre bramosie. E, pur tenendomi ben lontana dal giudizio morale, non si può non calcolarlo come fattore determinante nel peggioramento delle ossessioni romantiche.
Se c’è una cosa che però è sempre stata insita nella psiche umana è il pensiero magico: dall’individuo più scettico e razionale a quello più delirante, in ciascuno di noi esiste anche solo una piccolissima parte che spera di poter gestire l’imprevedibile con la magia. Fa parte del processo di mediazione con cui la mente affronta la paura dell’ignoto e della morte. In quanti abbiamo bramato che potesse esserci un incantesimo, un rituale o una formula magica per far ritornare il partner o far innamorare qualcuno di noi? Io per prima, in momenti di grave disperazione, ho sognato che potesse accadere.
E se ci fosse davvero un modo? Se si potesse esprimere un desiderio mentre si spezza un bastoncino incantato e bastasse questo per farlo avverare? Il regista statunitense Curry Barker, classe ’99, finora conosciuto per i suoi cortometraggi e mediometraggi horror pubblicati su YouTube, ha scelto di partire da questa traccia per elaborare una sceneggiatura terrificante, che raccontasse lo spaventoso universo delle relazioni sentimentali ai giorni nostri.
Bear (Michael Johnston) è un giovane uomo apatico, che lavora come commesso in un negozio di musica. Vive in una modesta casa indipendente arredata alla buona, guida una vecchia macchina malmessa e la sua unica compagnia domestica è una gatta. Ha un paio di amici ai quali sembra essere affezionato, ma dando un’occhiata più approfondita pare quasi che gli resti attaccato solo per continuare ad avere un briciolo di vita sociale. La madre è morta, non ha fratelli o sorelle e del padre non si sa nulla. Dai tempi della scuola è segretamente innamorato della sua migliore amica Nikki (Inde Navarrette). Da settimane sta cercando di dichiararsi a lei, ma non riesce mai a trovare il coraggio. Una sera, per comprarle un regalo, entra in un negozio esoterico e si imbatte per caso in un’espositore di bastoncini magici, capaci di avverare i desideri. Spezzandone uno, chiederà al fato di diventare la persona al mondo più amata da Nikki. Funzionerà?
Nelle sceneggiature dell’orrore l’elemento dell’oggetto incantato che avvera i desideri, portando però risvolti catastrofici e mortali, è trito e ritrito; basti pensare a Cose Preziose (1993), The Box (2009), The Monkey's Paw (2013), Wish Upon (2017) e altri ancora. E allora cosa rende così particolare Obsession, l’esordio cinematografico di Curry Barker? Partiamo anzitutto dal fatto che Bear, il protagonista, è il ritratto della gioventù odierna. Noi ventenni, trentenni e quarantenni di oggi siamo costretti a scontrarci quotidianamente con le difficoltà sociali ed economiche derivate dall’avvento dell'ipercapitalismo e del progresso digitale. Ci ritroviamo quasi tutti a patire l’isolamento e la solitudine, come fossimo pesci rossi immersi ciascuno nella propria boccia di vetro.
Ormai di rado ci è concesso perseguire una vocazione lavorativa, piuttosto siamo costretti a svolgere qualunque tipo di mestiere pur di sopravvivere in una realtà dove il danaro sembra essere diventato l’unico bisogno primario. Ed ecco che Bear ci rappresenta appieno: è un individuo stanco, tendente alla depressione, che svolge il suo lavoro senza alcun entusiasmo e che passa il tempo libero rintanato in casa a dormire o uscendo di tanto in tanto con gli amici per bere una birra in un pub. Bear è una comparsa nella sua stessa vita, un po’ come molti di noi.
Ed è proprio la mancanza di stimoli che ci fa attribuire all’attaccamento romantico l’unica via di salvezza esistenziale. Più ci sentiamo abbrutiti e più ci fissiamo ossessivamente con qualcuno, che spesso è anche chi non ci ricambia. Il voler essere visti, accolti e amati da coloro che invece ci ignorano pare essere divenuto il cibo preferito del nostro ego e della nostra autostima. E se in parte è sempre stato così, oggi è un’urgenza impellente dell’anima. Forse addirittura la sola, come conseguenza diretta della necessità costante di apparire all’epoca dei social. Allo stesso tempo, stiamo vivendo un tracollo disastroso delle relazioni umane. Sia nell’incapacità di creare rapporti significativi, sia nell'attuare atteggiamenti compulsivi e malsani nelle rare occasioni in cui riusciamo a stringere un legame.
L’innamoramento di Bear per Nikki non è basato sulle caratteristiche oggettive di lei, ma sul bisogno di colmare i grandi vuoti interiori di lui. Chi è Bear? Cosa gli piace? Cosa sogna davvero? Non lo sa nemmeno lui. Vuole Nikki, perché bramare qualcuno che con buona probabilità non lo ricambia gli consente di distrarsi ancora e di non mettersi in gioco, non uscendo mai dalla pozza stagnante nella quale vive. La dipendenza emotiva è il modo più rapido per evitare la costruzione della propria identità, che oggi è un processo mentale che spaventa a morte.
In ultimo, il film di Curry Barker ci parla implicitamente anche del concetto della consensualità sessuale e amorosa. E del conflitto interiore che vive la coscienza umana una volta ottenuto quel che si desidera senza il pieno consenso dell’altro. Come vi sentireste se riusciste a far innamorare qualcuno di voi, ma grazie a un sortilegio e non al volere della persona in sé? Oserei dire che Obsession è una sorta di saggio sulla società attuale, che utilizza il linguaggio del terrore, ma soltanto perché siamo noi stessi a essere divenuti terrificanti. 4 stelle su 5.